Bipede a quattro mani [2] di Raffaele Rutigliano

EVELYN EVELYN
(liberamente tratto)

– So che puoi ascoltarmi, so che condividi l’attesa, qualche pensiero ti tormenta? Forse. [pausa… sottile]
Non ho il coraggio dei piccoli indiani, non ho la forza dell’amore, irrazionale. Ne resto fuori, con un nodo di fuoco allo stomaco che mi brucia quest’inquietudine.
Lei aveva la sincerità. Io, dimenticando il tempo della solitudine, fuori dal tempo stesso, amai lei più di prima, più di ieri.
Rimanemmo soli. Gli altri, quelli che ci passavano accanto, quelli che respiravano la medesima aria, si erano dissolti sotto l’inconsistenza della luna. Mano nella mano giungemmo al mio modesto rifugio. Un tetto basso, tegole rosse, e una porta e due finestre che mi parlavano:
– E’ ora di rincasare? Vediamo chi ci hai portato oggi. Sesso femminile, aspetto esile. Vestito bianco ricamato sul davanti, due bretelline che ancorano la gonna, due grossi bottoni di osso. Ci piace, può entrare.
– Non mi fate fare brutta figura…
– Sii tranquillo come questa casa, veglieremo su di voi, e per tutta la notte.

Lo faceva come tutti gli amanti, glabri di pregiudizi. Li invitavo a casa, per parlare, del più e del meno, e per farci l’amore. Ève lo faceva con un insolito ribollire del sangue, le sue piccole mani concentrate sopra, mentre sotto premevano i sessi. Sembrava come se disperdesse tutte le forze abbandonandosi, lentamente, lungo il mio tronco, lontano dalla testa. Io, come un cane, a leccarle il viso, ad asciugarle le fatiche.
Per quella notte fu mia. Uno nell’altra, a suggello di una confidenza nuziale.
Il grazie e le buone parole che seguirono sono rimaste per lungo tempo una maschera scolpita in volto. Al centro, la bocca viva, da cui centillinare l’acqua del ricordo.
Non la rividi più. Non mi parlò più.
I guardiani, gli amori, le mogli, le prigioni. Chi è rinchiuso nella testa, chi nelle torri del teatro. Non è giustizia, è l’indifferenza della povera gente che ammazza il processo mediatico, il circo di attori mollicci che non rappresentano, e più fanno finta, più abusano di quell’ospitalità sacra nelle antiche dimore, dove tutto era permesso fuorché il culto dei Lari.
Io lo permettevo, lo incoraggiavo l’amore. E le torri erano solo nel mio cervello, le erigevo, le confondevo con i palazzi nuovi. Il quartiere si era popolato di un giovane vento proveniente per la nuova Università costruita con i fondi pubblici. Giovane linfa, si respirava una nuova fioritura di gelsomini. Questa volta non predominava il rosso, il bianco appariva più forte, per le strade, per i viottoli, il mare si increspava più reiteratamente. Ricordo i suoni. Li sento ancora, le navi, eccole.
Sopra una di queste s’imbarcò Ève.
Quella donna mi pose su un piano superiore, dapprima nessuno aveva mai preteso nulla in cambio, neanche la somma di quell’esperienza per il raggiungimento di uno scopo sicuro come il piacere. Dal canto mio sono rimasto uno di quei temerari della volontà contro l’orda neoclassica dello scetticisimo, che dicevano, becero. Un illuminismo mai nato, resuscitato dall’interior, mio e solo mio.
Sono un cittadino inglese e fin quando avrò le forze per contrarre i muscoli del pensiero, vivrò a mio modo, senza scudi, senza argenteria nascosta sotto tappeti lacerati.
– La prossima volta, però, comincia col parlare di politica, sempre meglio di far vedere il colletto unto e i polsini sporchi.
Intervenne la porta. Le finestre ammiccavano dall’altro lato facendo finta di non sapere nulla. Stronze, come sempre. Ma avevano ragione, in fin dei conti erano parte della mia casa, erano parte di me.

© Raffaele Rutigliano

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