Bipede a quattro mani [17] di Raffaele Rutigliano

Sala da ballo a Palazzo Valguarnera (Palermo)

LA SALA DA BALLO

Ritorno, mi sposto un po’ più in là sulla destra per non confondermi. Ho rifatto gli stessi passi di quando ero cadavere diciotto anni prima. Sì, diciotto anni, e non uno di meno.
Fingo di non esserci mai stato. I marmi, le colonne, i camini in ogni stanza, le volte affrescate, le porte senza cardini a vista. La grande sala da ballo con le finestre a punta, che dava sulla nebbia ispessita dalla polvere stradale, era tornata nell’auge del suo secondo inverno quando anche gli astri avevano compiuto il loro epiciclo.
Lei, oramai in veste di fighetto altezzoso, senza neanche più il timore di seguire con la coda dell’occhio le movenze di ciarlatani o presunti assassini del Re, si prende un paio d’ore circa per formulare discorsi compassionevoli da rivolgere ai nuovi podestà, vivi nel pieno isolamento di un fazzoletto di terra ripiegato con cura nella tasca dei pantaloni.
È l’ennesimo boccone da far ingoiare con le mani sporche di terra.
Fu scritto ancor prima di Lei: “Iddio formò l’uomo dalla polvere”,… e lì vi rimase, fuori dalla finestra a contemplare la strada. Era alberata che i cipressi puntavano così in alto da cercare Dio sopra le nuvole. Non vi riuscirono e neanche quel Re tanto alto da toccare con la testa gli stipiti delle porte ci riuscì. L’uomo d’alto rango aveva concezione della polvere come quella prodotta dai camini. Le stufe in ceramica verranno solo dopo, quando le temperature si abbasseranno e il legname dei boschi finirà. Come nulla è mai troppo conveniente, il troppo sarà superfluo in primavera.
Diciotto anni prima, da cadavere, mi mischiavo con la folla, ero il nulla fatto folla. Senza una storia se non quella che conoscete, senza le giuste retrovie per nascondermi. Ero polvere. E la storia veniva dal di dentro, dalla sala da ballo. E se il suono dell’orchestra era il solito replicato nei gran galà, allora un ciclico ripensamento sull’essere umano veniva da sé, come quando una speranza affiora nel mare del nulla metafisico. Basta crederci, forse. E io, quando mi perdo nell’occasionalità della vita, ci credo.

© Raffaele Rutigliano, 2017

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