Bipede a quattro mani [10] di Raffaele Rutigliano

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LAIKA

January.
I play all day long.
They let me play all day long.
They always show me the little shining lights in the dark, they point them out.
But I can’t reach them, I’m too far. When I get up on my hind legs I can’t touch them. By the way, sometimes I try it. Whatever…

February.
In the last few days they can’t stop covering me with a lots of threads. I have a short and curly hair, so they don’t hurt me. But I think they are quite a lot.
They put me in a tin and close it. The space is narrow and I can’t move.
I can’t wait to get out from here and run around the garden.

March.
There is a new one who cares me. Acutally, they are two and they never laugh.
The old one always smiled at me. He called me Kudrjavka. He always curled my hair under my muzzle. I loved it.
He found me and brought me here. I was only a shy stray. I always tried to stay away from the troubles with the bigger dogs.

April.
I haven’t eating for days.
They put me something in my paw with a new thread.
I can see a transparent liquid inside, I may think it’s water, but I’m not thirsty.
I haven’t drinking for hours, my mouth is dry. I feel my tongue atrophying. My smile is weak.

May.
They have smiled at me for the first time. They had some papers on their hands.
Maybe I was good. But they still don’t stroke me and I haven’t seen any curlies under my muzzle yet.
I’m laying down on my space. I don’t move. I’m just waiting they smile at me again, because I know that means I’m good.

June.
Before I came here, when I was out on the street, there was a child. He brought me some bread.
He always wanted to play with me and chased after me, then he stopped. I pretended I was about to attack him, bent on my front legs. I growled to let him move and kept running ahead.
We ran till I couldn’t feel my tongue anymore.
The sun always shined in these days.

July.
There is such an euphory in the air, someone comes, someone goes.
I don’t se these two so oft anymore, now there are some other persons around here.
The one who puts me in the tin, the one who lets me go out from there.
The one who coveres me with the threads, the other who lets me free.
The one who smiles at me – finally – and strokes me on my head.
The one who lets me run on something that turns on itself.
The one who lets me go out – finally.
What an euphory! They are ready to celebrate me and I’m ready for them. I am a good one.

August.
It’s very warm outside. I love how the fields smell. It is a feeling of freedom. I can move and camouflage myself on everything I find.
I’m lying on the grass and I start to struggle on my back. I want to keep all these smells with me and bring them all in the tin.
But I don’t want to think about it now.

September.
I saw other pets. They were different from me.
They went out from a cold room with a grey door.
They brought me in that room too. There was a bigger tin.
They kept me in for such a long time. I don’t even remember how much could have been.
I heard some noises, whistles and whispers.
Everything moved and turned around.
I’ve been scared for the first time.

October.
They put me in the bigger tin quite often. I’ve heard them call it “centrifuge”.
I got used to the noises.
But I still don’t understand what exactly I should do.
They don’t ask me to run after the ball, they don’t let me paly with any pieces of wood. I don’t chase after the mules.
I don’t have a name, but they want me to turn everytime they say something.
They click the fingers to call me.
I always react.

November.
I’ve been staying in a smaller tin since three days. It is very smaller than the last tins. I can’t move.
They can’t stop talking and I’m becoming nervous.
Now they are two again: they are very nice with me.
They smile and stroke me. They don’t let me feel alone. One of them is crying.
They are writing something on a paper.
They look at me in the eyes, I let my muzzle down.
A deafening noise. They move the tin. I’m alone and scared.
I try to bark as loud as I can, but nobody is listening to me, not even the child who brought me the bread.
Everything strikes and moves, I can hear some voices from the border of the tin, but there is nobody here.
I hear someone calls me: “Laika”.
I need to be quite, so they will let me go out from here and bring me to the fields.
I love the smell of the grass. They know it.
I will be good. I will be quite, not a whine.
It’s cold. And now warm. It’s cold again.
I try to sleep for a while, maybe when I wake up I will be finally free to run after this child who brought me the bread. I will find again the one who curlied my hair under the muzzle.
All around me just silence.
This quite atmosphere reminds me when I tried to reach the small shining lights in the dark. I feel them closer and closer. They are the only thing that can calm me down: I will finally fall asleep close to the stars.

© Raffaele Rutigliano, 2015 – Translation: Margherita Sgorbissa


Gennaio.
Gioco tutto il giorno.
Mi fanno giocare tutto il giorno.
Mi indicano sempre le lucine che brillano nel buio, le indicano puntando il dito.
Io lì proprio non ci arrivo, sono troppo in alto. Quando mi sollevo sulle zampe posteriori non riesco a toccarle, e ogni tanto ci riprovo. Non si sa mai.

Febbraio.
Da qualche giorno non fanno che mettermi fili addosso, ho il pelo non molto lungo e riccio quindi non danno fastidio. Ma sono tanti fili.
Mi mettono in una scatola semitrasparente e serrano l’apertura. Lo spazio è angusto e non posso muovermi.
Non vedo l’ora che mi facciano uscire per correre fuori sul prato.

Marzo.
Il tipo che si prende cura di me è cambiato, ora sono due. Non ridono mai.
Il tipo di prima mi sorrideva sempre e mi chiamava Kudrjavka, mi faceva i ricciolini con le dita sotto il muso. Mi piacevano tanto.
Fu lui che mi trovò e mi portò qui, ero randagio, sempre sulle mie e alla larga dai fastidi o da animali più grossi.

Aprile.
Sono giorni che non mangio.
Mi hanno infilato una cosa nella zampa con un filo nuovo.
Si vede del liquido trasparente dentro, forse è acqua. Non ho sete.
Sono ore che non bevo, ho la bocca secca. La lingua atrofizzata e affranco un sorriso tiratissimo.

Maggio.
I due mi hanno sorriso per la prima volta. Avevano dei fogli in mano.
Forse sono stata brava. Anche se non mi accarezzano mai, figuriamoci i ricciolini sotto il muso.
Allora mi accuccio e sto lì ferma nel mio spazio. Attendo solo che mi risorridano perché significa che sono stata brava.

Giugno.
Quando ero fuori, per strada, prima di entrare qui, c’era un bambino che mi portava del pane.
Voleva sempre giocare con me. Mi rincorreva, poi si fermava d’improvviso, mi piegavo sulle zampe davanti in posta di semi agguato e lanciavo un piccolo ringhio per invitarlo a muoversi, a riprendere la corsa.
Si correva sino a che la lingua non mi arrivava a terra.
Erano sempre giornate di sole quelle.

Luglio.
Si vede un certo fermento ultimamente, gente che va e che viene.
I due li vedo sempre meno, ora si alternano più persone.
C’è quello che mi mette nella scatola, quello che mi toglie dalla scatola.
Quello che mi mette i fili, quello che mi toglie i fili.
Quello che mi sorride – finalmente – accarezzandomi sulla testa.
Quello che mi fa correre su uno strumento che gira da solo.
Quello che mi porta – finalmente – fuori.
C’è fermento, mi stanno preparando la festa. E io a loro. Sono brava.

Agosto.
Fuori fa caldo. Amo gli odori del prato. Mi fanno sentire libera di muovermi, di mimetizzarmi col tutto.
Così mi butto di schiena sull’erba e inizio a dimenarmi, voglio impreziosirmi con gli odori che sento, per portarli con me dentro la scatola.
Ma ora non ci penso.

Settembre.
Ho visto altri animali, erano diversi da me.
Uscivano da una stanza con una porta di grigio freddo.
Alla fine hanno portato anche me in quella stanza. C’era una scatola più grande.
Mi hanno tenuta dentro per così tanto tempo che non ricordo neanche più quanto.
Si sentivano rumori, fischi, sibili sottilissimi.
E tutto si muoveva. Girava pure.
Ho avuto paura per la prima volta.

Ottobre.
Sono stata sempre  messa nella scatola grande più spesso. Ho sentito che la chiamano “centrifuga”.
Mi sono abituata ai rumori.
Anche se non capisco ancora cosa devo fare di preciso.
Non mi chiedono di prendere palline, non mi lanciano legnetti. Non recupero ciabatte.
Non ho un nome ben preciso, e pretendono che mi giri a ogni loro parola.
Usano anche lo schiocco di dita per chiamarmi.
Io mi giro sempre.

Novembre.
Sono da tre giorni in una scatola molto più piccola delle precedenti. Non riesco a muovermi.
Sento che parlano di continuo tanto da rendermi nervosa.
Ora sono tornati ad essere in due: sono molto buoni con me.
Scambiano sorrisi e carezze. Non mi fanno sentire sola. Uno dei due scoppia in lacrime.
Scrivono qualcosa su dei fogli.
Mi guardano negli occhi, abbasso lo sguardo.
L’altro chiude la scatola, sento le voci come distanti.

Un frastuono assordante. Spostano la scatola. Ho paura. Sono sola.
Cerco di abbaiare più forte che posso, nessuno mi sente. Neanche il bambino che mi portava il pane.
Tutto vibra, si muove, le voci si sentono da un lato della scatola, ma non c’è nessuno.
Mi sento chiamare: “Laika”.
Devo essere brava, così mi faranno uscire dalla scatola e mi porteranno fuori sul prato.
Amo gli odori dell’erba. Loro lo sanno.
Farò la brava. Starò zitta, neanche un guaito.
Inizio a sentire freddo. Ora caldo. Di nuovo freddo.
Mi metterò a dormire per un po’, così al risveglio sarò finalmente libera di rincorrere il bimbo che mi portava il pane. Ritroverò colui che mi faceva i ricciolini sotto il muso.
Ora ho solo il silenzio attorno a me.
Una calma che mi porta alla mente quei tentativi di toccare le lucine che vedevo brillare nel buio. Le sento vicine. Sono l’unica cosa che mi tranquillizza, perché potrò finalmente addormentarmi tra le stelle.

© Raffaele Rutigliano, 2015

 

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