Amori di merda [26] di Roberta Lepri

image

COME IN UN FILM

Amare il proprio migliore amico sapendo di non avere niente in comune con lui e in fondo detestando la maggior parte dei lati di quel carattere egoista e un poco misogino che si ritrova: capita. Come quando non si ricordava dei compleanni e diceva di odiare il Natale. Però i tuoi regali li accettava, e tu stavi lì a filtrare ogni reazione, a decifrare ogni parola, meglio di un aruspice etrusco con il fegato di una bestia. Solo che il fegato era il tuo. E le speranze erano sotto lo zero, ovviamente. Ma tu insistevi, ovviamente. C’era qualcosa dentro di te che ti portava a tendere all’infelicità, a inseguire quello che non potevi avere, a restare nell’ombra, attaccata al muro, a leccare i calcinacci dell’amore di un’altra. Perché quando lasciava, o quando al contrario veniva – raramente – lasciato, lui soffriva. E tu correvi in suo aiuto. E allora c’erano quelle serate a cena fuori e poi al cinema e poi a teatro, in cui lui, un po’ triste, ti metteva il braccio intorno alle spalle. E tu eri di gelo. Però felice. Senza illusioni: sei troppo intelligente. Ma irragionevolmente felice.
E poi un giorno è arrivata lei. Dopo che lui ha perso tutte le sue donne e ha detto dieci volte “per fortuna che ci sei” e tu allora avevi anche cominciato a sperare nell’arrivo dell’età. Un giardino inglese che perde le foglie, in cui andare a passeggiare insieme dicendo “ti ricordi?”
Lei era quella meno adatta. Si lascia dietro da sempre uomini morti come una lumaca perde la bava argentata. Con nonchalance. Così falsamente in disordine. Così esperta. Così innocente. Tanto sensuale e falsa.
Lei che voleva tutti ma non lui, perciò l’ha amata. Che beveva liquori forti e fumava. Lei se ne fotteva dell’eleganza, perciò era di un’eleganza insuperabile, con i suoi stracci strapazzati. E tu nel tuo cappotto grigio. E tu con il tuo cappello colorato. Tu con i tuoi capelli lisci. Tu con i tuoi piccoli orecchini di brillanti della bisnonna. E le scarpe che indossavi per lui. Tu in prima fila al loro matrimonio. Testimone di nozze, per lui, come si addice alla migliore amica.
E fin qui, tutti lo sanno, com’è andata. Ti sei perfino dichiarata, nel film si è visto chiaramente. Lui era così costernato. Lui povero caro non sapeva. E tu avevi bisogno di tutto il senso del ridicolo che la tua minuscola tragedia personale poteva darti. Per cui non hai esitato a prendere la katana e tagliarti la gola da sola. Così non si sarebbe più accostato a te, non ti avrebbe più abbracciata, non avrebbe più soffiato nella brace delle tue orecchie “ti voglio bene”.
E poi c’è qualcosa che nessuno sa.
Ci si deve sbrigare a chiudere la pellicola con happy end, sotto la pioggia con il più scontato dei baci. E da allora nessuno ha più saputo che fine avessi fatto tu.
Quella a cui lui, venti anni dopo, con tre figli, un cane, due case, diciotto vacanze all’estero strepitose, e tanti progetti fatti con la donna dei suoi sogni che non eri tu, ha detto: “Oddio, non ho capito un cazzo. Eri tu quella giusta”.
Solo che al regista è mancato il coraggio, per chiudere un film con un vaffanculo.

© Roberta Lepri, 2015

Leave a Reply