Amori di merda [6] di Roberta Lepri

LEI E’ RIMASTA

Alle cinque della sera in estate c’è ancora una bella luce e l’aria comincia a farsi più fresca. Sotto i cipressi tutto pare più sopportabile e gentile, anche le calze nere di certe vedove vecchie.
Questo pensava Andrea, nella mano destra un pennello e nell’altra un piccolo secchio di vernice verde. Intanto spennellava ma lui lo pensava piuttosto come: dipingere.
Dipingere è un’arte. Dipingere è una missione per pochi. Quei pochi fessi che hanno risposto all’annuncio di una cooperativa, che prometteva un lavoro per l’estate, ben pagato e in un posto tranquillo. Il cimitero  in effetti è un posto molto tranquillo, rimuginava ancora lui con la sigaretta tra le labbra e un filo di fumo azzurrino che andava in mezzo alle ciglia e lo faceva lacrimare. Piangere dal ridere, però, sarebbe stato meglio. Una vedova o una figlia da consolare, meglio ancora. Lì non succedeva mai niente, invece. A morire soprattutto vecchi che a seguire il feretro richiamavano altri vecchi.
Se serviva per dare una mano ai becchini, comunque, Andrea non si tirava mai indietro. Il guardiano del cimitero era un lavoro come un altro.
A dire il vero, all’inizio scendere nel sotterraneo gli aveva fatto rizzare i peli sulla schiena e sentire anche freddo in mezzo alle gambe. La fila infinita delle casse da morto: da sistemare e abbellire, ancora da metterci il raso dentro, come spose o ballerine. Cazzo che roba.
Ormai però nemmeno a quelle faceva più caso. Anzi, ogni tanto si offriva di aiutare a prepararle, anche se non era compito suo. Avvito la targhetta. Sistemo le maniglie. C’è gente che vuole scegliersi tutto. Qualcuno lo lascia anche scritto. Ma che ve ne frega, di quello che vi mettono intorno quando non potete più vederlo.
Scherzava, Andrea. Come uno che ci ha fatto l’abitudine, che sa il fatto suo. Certo che quella cosa non l’aveva mai sentita.
Vai a prendere la gamba: che vuol dire? A lato del ripostiglio/casse aveva così scoperto la cella frigo. Serviva in caso di sovraffollamento del congelatore ufficiale della morgue. Una specie di dependance per persone morte ma ancora da riconoscere e per pezzi di persone vive che erano stati tagliati via. Cristianamente, da noi non si butta via niente e si sotterrano anche le singole parti, aveva spiegato Luigi, il capo becchino.
Un po’ di nausea, povero Andrea, al momento della scoperta. Poi, la curiosità. Fortissima.
Ma destra o sinistra, come faccio a saperlo? Luigi lo aveva guardato male. Non puoi, stanno dentro a una piccola cassa, a volte ce lo scrivono sopra, a volte no. Uomo o donna, come si riconoscono? L’altro aveva iniziato a spazientirsi. Dopo trenta anni di cimitero, lui di morti non voleva proprio parlare. Ma che, ti fanno senso?, lo aveva sfottuto Andrea. Questa mica è gente tutta morta, è solo un pezzettino di una persona che ora magari sta bene. Quell’altro aveva tirato un moccolo e poi si era pentito. Madonnina Andrea, che mi fai dire.
Lui, invece, portando quella prima gamba, aveva iniziato a provare qualcosa di grande. Una sensazione inspiegabile da descrivere.
Data di nascita? Nessuna. Sulla cassetta mancava qualsiasi indizio. La seppellirono in silenzio.
Nel frigo ce ne erano altre quattro, comunque. Poteva sempre dare un’occhiata.
Chissà com’era. Una parte per il tutto. Avrebbe potuto dedurre la bellezza universale da un dettaglio? Insomma, lui una laurea ce l’aveva. E il cervello ogni tanto giocava al filosofo. Solo pensieri, che c’entra. Una però c’era, completa di targhetta con dati anagrafici. Destra. Femmina. Giovane. Cominciò a immaginarsela, lei, bellissima e sfortunata. Magari adesso era sola, il fidanzato l’aveva di sicuro lasciata, brutto stronzo. Non è facile stare accanto a qualcuno nella disgrazia.
Io potrei farlo, pensava Andrea.
Così l’aveva messa in fondo alla fila delle gambe. E quando Luigi dopo qualche giorno gli aveva chiesto di portargliela, al suo posto gli aveva passato una cassetta identica, che aveva preparato e riempito di sassi.
La sua gamba – di lei – era solo sua – di lui –
Questo pensava Andrea, mentre la sotterrava nel proprio giardino, sotto a una pianta di rose.

© Roberta Lepri

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