Amori di merda [31] di Roberta Lepri

foto estratta da Pinterest

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CHIAROSCURO NOI

“Mio fratello si chiamava Bruno, mia madre Bianca. Io ero l’ago della bilancia e avevano deciso per me un’esistenza grigia, all’ombra della luce di lui e per mettere in chiaro le mancanze di lei. Che stanchezza sarebbe stata la mia esistenza bicromatica, se solo avessi assecondato i loro progetti. Se avessi creduto alla loro versione del vivere mai quieto. Una madre poco affettiva, doveva, secondo logica, essere sostituita da una sorella martire. Mi avevano già esaurito quando ero adolescente. Lui era il bel tenebroso intelligente, portato alla politica, portato alla filosofia, portato all’arte. Da consolare nei rari momenti in cui la sua stella brillava di meno.
Io invece non ero niente: in quel niente, mi sono ritagliata i miei spazi. E respiravo cercando di consumare meno aria possibile, perché serviva tutta a lui.
Avrei potuto salvarmi ma, purtroppo, un giorno si accorse di me. Troppo intelligente per un lavoro qualsiasi, per un matrimonio qualsiasi, per amicizie qualsiasi. Come le mie, intendo. Credo di essergli sembrata un ragno in un angolo, con le mie architetture invisibili ed elastiche, un lavoro buono, amici buoni, una vita normale. Un intollerabile piccolo ragno che occupava abusivamente uno spazio che era suo per diritto di nascita. La scopa con cui ha cercato di demolire la mia ragnatela sono stati i suoi malesseri continui, le depressioni, le richieste di aiuto. Il mio cellulare non poteva mai essere spento. La mia attenzione doveva essere costante. Accuse, veleni, ricatti. Controllava il mio profilo facebook. Inventava nuove identità per scoprire se ero stanca di lui. Mi tentava per essere certo della mia dedizione.
Sul banco degli imputati, sempre, io e la mia vita normale. Qualcosa che a lui era stato negato, diceva, incolpandomi. Aveva bisogno dell’attenzione del mondo, tutta. Anche l’ultimo grammo rimasto. Voleva la mia, voleva quella degli altri per me. Voleva che io sparissi.
Così una telefonata dopo l’altra, mentre ero occupata in qualsiasi cosa. Un finto tentativo di suicidio dopo l’altro, mentre io ero impegnata a vivere. Mi ha fatto il vuoto intorno, mettendo la propria intelligenza al servizio della mia distruzione. Ho perso il lavoro. Ho perso l’uomo che amavo.
Voleva che vivessi per sottrazione: alla fine siamo restati solo noi due.
E io ho scelto. La pistola è nella siepe davanti a casa dei miei.
Non ho altro da dichiarare.”

(Dedicato a L.)

© Roberta Lepri, 2016

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