Amori di merda [24] di Roberta Lepri

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IL TOPO, L’AMORE, IL MISTERO E LA MALA SORTE

Maria Domenés y Sanchez, così mi chiamo io.
Sulla mia targhetta di riconoscimento però c’è scritto solo Maria Domenés e sotto Brasile, che è il posto da cui vengo.
Sono qui da mesi che non ho contato se non per il succedersi delle busta paga, cinquecentotre dollari americani versati su un conto di una banca che non so dove sia. Qui non ho bisogno di soldi.
Sulla grande nave bianca, da cui escono ogni sera musica e profumi, solo le persone in vacanza possono spendere. Di notte, ma solo molto tardi, quando anche io potrei vivere, è tutto chiuso. Non posso comprare nel duty free, se è chiuso. Invece vorrei tanto un profumo francese, e so che molte altre, come me, hanno questo desiderio. Siamo le donne addette alle pulizie delle cabine, “i topi”, come ci chiamano qui. Viviamo in mezzo a rifiuti, lenzuola sporche e cessi da pulire e stasare. Rintanate.

Mia nonna per farmi addormentare da bambina mi dondolava narrandomi le storie delle donne perdute. Le povere donne della mia famiglia, che nel mezzo della loro vita, puntualmente, impazzivano d’amore per uomini più giovani e con quelli fuggivano, dilapidando così la loro dote.
“E’ per questo che siamo povere, mia piccolina…”. Fine della storia.
Donne. Sole. Povere.
Io immaginavo allora che con ave più oculate avrei potuto essere una principessa che mangiava ogni giorno carne, batteva i servi, aveva carrozze e gioielli. E anche una piccola scimmia.
Nessuno avrebbe riso di me, nessuno deride una principessa, anche se è miope, ha le gambe storte e i denti guasti in posizione da castoro. Se Dio fosse giusto avrebbe dovuto farmi bellissima, visto che morivo di fame. Invece ero brutta e anche povera, e pesava su di me l’infamia di generazioni di donne stupide, che si erano rovinate per amore. La mala sorte, insomma.
E’ stato difficile per me trovare un lavoro.
Le mie mani non sono veloci, anche se hanno il dono della pazienza e quella pazienza nasconde un segreto.
Le signore vogliono cameriere graziose da tiranneggiare senza sensi di colpa. Maltrattare una bella donna non è peccato, se si è vecchie e deluse dal mondo. E anche i lor signor mariti preferiscono una giovane puledra da montare ogni tanto, o a cui pensare, mentre per senso del dovere una volta al mese infilano al buio le mani nelle carni flosce e grasse delle lor signore mogli.
Perciò una come me nessuno la vuole, se non lontana dagli occhi. Per questo sono qui, nel ventre della grande nave bianca Costarica crociere. Lavoro al ponte cinque, quello della gente che vuole spendere poco. Ma devono essere comunque molto ricchi, se stanno qui.

Ho visto la nave un giorno in cui passeggiavo con Ramona.
Lei mi voleva bene per via delle mie mani, si era accorta di qualcosa.
“L’insalata non è buona, se non la lava Maria”
“Maria, por favor, sciacqua tu la carne del porco e condiscila, sale davanti e dietro, pepe, aglio e aromi. Con le mani, por favor, e strofina bene”
Venivano gli amici e i parenti dei signori da ogni luogo del paese, per mangiare il cibo della cuoca Ramona. Le avevano aumentato anche lo stipendio, ma questo era un pettegolezzo da serve, non me lo aveva certo detto lei.
E passeggiando sulla riva del mare – un divertimento che ci concedevamo ogni tanto d’estate, quando partivamo presto e facevamo un pezzo di strada insieme – vedemmo la grande nave bianca che accostava lenta al porto e suonava un richiamo da balena.
Il suono usciva dal suo ventre e dalla sua testa, e i gabbiani la inseguivano per godere di qualche briciola di ricchezza scivolata giù dal ponte.
“Mi piacerebbe vederla meglio.” dissi come se fosse un pensiero volante. E Ramona ebbe allora l’attimo di distrazione del carceriere e mi disse vai, vai pure, ti mando volentieri. Non ci sono pranzi, oggi, i signori sono fuori. Torna presto.

Invece non mi vide più.

Mi fermai a bighellonare al porto e notai una lunga fila di persone in attesa.
C’era un cartello che parlava di selezione del personale e io mi misi in fondo, ad aspettare il mio turno.
Neanche sapevo il perché lo facevo, neanche ci pensavo. Aggiustai gli occhiali sul naso e stirai con le mani la divisa che avevo messo pulita come ogni mattina. Forse fu questo a piacere all’uomo vestito di nero. Diceva questo sì, questo no. Nel mio caso disse sì.
Forse riconobbe il cuore di topo che mi batteva dentro, per fortuna non notò altro. Scelse per me la pulizia delle cabine e disse di ripresentarmi dopo tre giorni con i documenti in regola e almeno due cambi di biancheria, per l’estate e l’inverno. La nave avrebbe navigato per sette mesi senza un turno di riposo. Per cinquecentotre dollari americani al mese sarei stata il loro topo, guadagnando dieci volte di più di quello a cui mi avevano abituata i padroni brasiliani.
Finalmente nascosta. Finalmente lontana dal destino che nella mia famiglia faceva le donne pazze per amore.
Non tenevo quasi niente per me. Mandavo i soldi a casa su un conto bancario brasiliano che mi aveva indicato mia madre. Mi piaceva immaginare lei e mia nonna vestite bene, mentre andavano al mercato e scegliendo carne dicevano “Maria ci ha rese ricche”.
Magari avrebbero asciugato una lacrima sui loro vestiti nuovi.
Magari avrebbero sentito un poco la mia mancanza.

Qui ho una carta magnetica. Il denaro non esiste, i soldi veri sembrano una brutta cosa. Se voglio un caffè in più alla mensa dei topi, consegno la carta magnetica a
Tomaso, lui la striscia e per magia il mio stipendio diminuisce di un dollaro.
Ma non capita mai. La carta è nel mio armadietto, in mezzo alle mutande pulite. Non mi piace il caffè.

Qui non mi sarei innamorata mai, per questo ho rinunciato volentieri all’aria e al sole e ho scelto di fare il topo.
Di notte, quando il mare è calmo, ogni tanto salgo sull’ultimo ponte e – se c’è – guardo la luna. Il mare di notte è nero, fa paura. Ma la luna lo rende sopportabile. Nessuno mi vede, sono prudente.
Un topo prudente che per qualche minuto osserva il cielo.
Sulla nave ho imparato tante cose. Alcune dai libri, quelli che la gente distratta lascia in cabina quando parte. Io li ho sempre presi e portati all’addetta della libreria di bordo, che li ha accolti come faceva suor Pilar con gli orfani, un gran sorriso, una carezza breve e un posto stretto ma sicuro.
In cambio lei mi ha prestato i pochi che ci sono in portoghese, perlopiù romanzi, povere storie di amori infelici e donne rovinate, che ho già letto tutti almeno tre volte.
Eccoli, i miei momenti di soddisfazione, potevo dirmi brava, brava Maria, hai fatto bene, hai ingannato la mala sorte. Come potrà la mala sorte venirti a prendere dentro la pancia della nave?
L’unico mio piccolo dolore era che adesso sapevo di essere davvero povera.
Non come lo ero prima, quando ero povera tra poveri. Al mio paese adesso sarei stata quasi una signora, qui invece ero povera tra ricchi, ed era peggio di prima.
Ho compreso perciò che è la differenza a far stare male, non i soldi che si hanno. E’ lo sguardo della gente. E’ come cercano di farsi capire – accondiscendenti e bonari – in un inglese stentato o in uno spagnolo improbabile, e tutto questo solo per un pezzo di sapone o per un asciugamano in più. E’ una cosa molto triste.
Io li guardo appena negli occhi e mi basta per comprenderli, per vedere cosa c’è dentro di loro, fin dal primo istante. Poi rifaccio i letti e le mie mani mi raccontano storie, mi dicono quello che è stato di quella gente. Ciò che sono veramente.
Quasi mai sono felici.
Dalla parte del letto in cui dormono i mariti, in mezzo a lenzuola dove quasi mai riposa il sesso – anche quando dorme – le mie mani pazienti scovano amori di segretarie italiane e badanti russe.
Le passioni delle donne invece mi solleticano le dita quando aggiusto i cuscini, perché le signore fanno riposare l’amore nel cervello, che fabbrica pensieri, che poi alla fine giungono al cuore.
Qualche cuscino è umido di lacrime al mattino: ma per quello non ci sarebbe bisogno di mani speciali e segrete come le mie. Basterebbe accorgersi che è bagnato. Come mai i mariti di queste donne non passano mai una mano sul loro cuscino? Non lo so.
A quelle più pazze d’amore ogni tanto regalo una carezza.
Una carezza che lascio nel punto in cui appoggiano la testa, che le faccia stare meglio, almeno per qualche giorno, almeno fino alla fine della crociera. Così la sera possono uscire con i loro bei vestiti luccicanti, sottobraccio a quegli uomini che non amano e che non le amano, e pensare che resistere è bello. Per i figli, per i nipoti che verranno, per la famiglia. I loro occhi brillano, almeno per un po’, per qualcosa di diverso dalle lacrime. E’ la speranza.
Faccio l’anestesia ai loro veri pensieri. Una piccola, da viaggio, che duri il tempo della vacanza. Di più non voglio, non sarebbe giusto. A casa poi decideranno, se continuare a piangere o provare a vivere.
Fino a qualche tempo fa il mio cuscino era l’unico che non toccavo mai, dormivo senza. Altrimenti mi avrebbe detto che anche io sarei finita rovinata e infelice come quelle prima di me, e non volevo saperlo.

Adesso però c’è Artur.
Lo vidi e i suoi ricci e le sue gambette magre non mi colpirono tanto quanto i suoi occhi, più paurosi e neri del mare che guardavo la notte dal ponte. E prima ancora di vederlo mi ferì il dolore dei suoi pensieri quando gli rifeci il letto la prima volta, un vero onore per un topo ordinare la cabina del nipote del comandante, ma al ponte Madrid quel giorno c’era poco personale e dunque toccò a me.
Era un bimbo di dieci anni e madre di Dio non era giusto che stesse tanto male. Un bambino non dovrebbe desiderare di morire.
Lo seppi da Victor della lavanderia chi era, e anche che sarebbe rimasto lì, perché dal collegio in cui stava era scappato tre volte e l’ultima aveva rischiato di finire molto male.
Per questo se l’era preso suo zio, il comandante, e lo aveva imbarcato con una maestra che gli faceva scuola tutti i giorni meno che la domenica. O così o me ne vado, aveva detto Forbs al signor Costarica, anche se il signor Costarica non esiste. Lo sappiamo anche noi topi, c’è un responsabile per queste cose, che risponde a un consiglio di amministrazione.
Il signor Costarica non c’è o se c’è vive in un luogo meraviglioso e senza pensieri, in cui non ha tempo neanche per i comandanti tutti impettiti nella loro divisa bianca. Hanno dovuto dirgli di sì, visto che Arturito i genitori non li ha e nessuno può occuparsene. Il ragazzino mangia al tavolo con lo zio e gli altri ufficiali, poi va sempre nel foyer del teatro ad ascoltare il maestro Petroselli che suona al pianoforte musica classica, e batte forte sui tasti per andar sopra alle danze caraibiche che tanto volentieri fanno muovere natiche nel salone accanto. Più tardi lo va a prendere il comandante di macchina e se lo mette in braccio – succede quasi ogni sera – perché Artur si addormenta aggomitolato su una delle poltrone di pelle beige, con la testa nascosta tra le braccia.
Veramente un comandante non dovrebbe farsi vedere in giro per la nave con un bambino in braccio, per questo suo zio non va a prenderlo. Invece a Orazio non importa, scherza sempre e dice non sono un vero comandante, comando le macchine mica gli uomini, e quelle obbediscono a chiunque perché sono sceme. Poi se la ride da sopra la circonferenza della sua bella pancia.
Questo l’ ho sentito io, io davvero con le mie orecchie, mentre lo diceva.
Perciò con una scusa sono entrata nella sua cabina e gli ho lasciato due carezze sul letto, in modo che faccia sogni di belle donne. Gli dureranno fin quando ne troverà una vera. Allora smetterà di fare questa vita e sbarcherà felice. Lo so che finirà così, per questo quando lo incontro abbasso gli occhi e sorrido. La sua prossima felicità mi rende molto contenta.

Arturito è stato subito benvoluto da tutti, anche se non parlava mai con nessuno perché era timido come una lucertola. A volte aveva male alla testa, allora se la prendeva tra le mani, guardava fuori dall’oblò dei corridoi e piangeva. Per farlo sorridere avrei voluto mandargli dei pesci d’argento che parlassero con lui dalle onde, ma questo purtroppo non so farlo. E non sapevo neanche come fare a toccarlo o come toccare almeno qualcosa che gli appartenesse, visto che la pulizia della sua cabina non spettava a me se non in caso di emergenza.
Ma una cosa alla fine l’ho scoperta.
Il piccolo Arturo era innamorato delle macchine luminose nella cui pancia riposano le pensioni di tante signore dai capelli argentati. Stava a guardarle per molto tempo, il pomeriggio quando non aveva da studiare. Il barman mentre ordinava i bicchieri per la serata del casinò lo osservava in silenzio e faceva finta di non vederlo, e un po’ gli veniva pure da piangere. Il bambino
guardava le macchine senza toccarle. Osservava le luci e i colori. Il barman mi disse che una volta aveva pure sorriso. Per questo decisi di aiutarlo: non si era del tutto perduto. Qualcosa che gli piaceva ce lo aveva. Un segreto, almeno.

Così, entrando di soppiatto nella cabina già sistemata da Enrique, gli ho fatto trovare dei gettoni sotto al cuscino. Mi è bastato strisciare la mia carta magnetica nella macchina che li sputa. Ho dato qualche ora di lavoro in cambio del sorriso di un bambino, mi è parso equo.
In poche settimane tutti hanno notato il cambiamento che ha fatto. Artur sorride, è allegro.
Ha un segreto, ed è felice per questo.
La notte, ogni notte quasi all’alba, lo osservo attraverso i vetri del ponte del casinò. Se ne sono andati tutti i clienti e il barman fa sempre finta di non vederlo. Suo zio forse dorme, forse non è in cabina, forse è ospite da qualche signora. Chissà.
Lui in pigiama si siede alla slot, inserisce i gettoni e comincia a ridere, ride come un matto, picchiettando le dita sulle campane e le ciliegie che scorrono.
Non si domanda chi metta i gettoni sotto al suo cuscino. Forse crede alle fate, ai folletti del sonno o a qualche magia. Forse non vuole saperlo.

Non è come mia madre, che mi ha mandato addirittura un cablogramma che i soldi non c’erano, disgraziata, dove li hai messi, disgraziata, sei come tutte noi, chi hai trovato? Chi è l’uomo che ti ha rovinata?

Questione di punti di vista.

Non ho bisogno di soldi, qui. E Artur sta bene.
Tutto è andato più o meno come previsto: ho incontrato un uomo più giovane che mi ha messa sul lastrico.
Era scritto.

Adesso, quando la notte vado a dormire, finalmente abbraccio il mio cuscino e so che sono una donna rovinata. Rovinata e felice.
Allora mi addormento sorridente, pensando alla nave e ai miei segreti.
E a come un topo sia stato più furbo della mala sorte.

© Roberta Lepri, 2015

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