Amori di merda [2] di Roberta Lepri

 

©foto di Gaia De Luca

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Stamattina ero di nuovo in ritardo. Il giovedì è il giorno peggiore per cercare di fermare con trucchi e creme l’età che avanza. Dovrei saperlo e invece mi ostino. Sul filo delle lancette, la solita andatura, né veloce né lenta, ho attraversato la città senza darmi fretta. Il maquillage perfetto, la testa vuota, il solito senso di incombente pericolo tra le mani che stringevano il volante. Cose che so che avverranno e che a forza di aspettarle accadono. Non mi ha stupito vedere da lontano la luce blu dell’ambulanza né la divisa del poliziotto che faceva scorrere il traffico lateralmente al punto dell’incidente. Mi aspettavo una moto come quella di mio figlio. Lui comunque avrebbe dovuto essere al sicuro a scuola, partito un’ora prima e di certo già con i pensieri dentro al vocabolario di greco. Potevo guardare, magari strizzando gli occhi. Quel senso di vedo e non vedo, devo vedere.
Il conducente sarà certo più vecchio, più giovane, una donna, forse un ladro in fuga. Starò meglio quando ne sarò certa. Lui ha una moto blu. Molto prudente, molto responsabile. Certo, a volte è nervoso. C’è una fila lunga. Le notizie alla radio confermano la fuga di cervelli. Spengo rabbiosa. Toccherà anche a lui e io lo vedrò su Skype. Sfilo accanto all’orrore. La donna si passa le mani tra i capelli, disperata. Sta per salire sull’ambulanza.
Il passeggino è blu come la moto di mio figlio ed è buttato di traverso sulle strisce. Mi chiedo com’è possibile com’è possibile com’è possibile. Il passaggio pedonale così in evidenza, segnalato, ci si arriva da un lungo rettilineo, è illuminato, oggi non pioveva. Intorno ci sono delle gocce scure. Le vedo cercando di non pensare alla consistenza vischiosa che hanno.
A tre anni, quando aveva iniziato ad andare alla materna, lui ancora non dormiva. Non dormiva mai. Mille notti insonne, le ho contate, piegata a metà, dolorante, i polsi a pezzi. Se solo avessi potuto morire ma non potevo. È passato un secolo, per fortuna alla svelta. La fila ancora non si muove. In diciotto anni sono atterrata morbida in questa terra di nessuno e non ho ceduto solo perché non potevo.
Lui ora torna al mattino, io non riesco a prendere sonno. Ogni tanto vomita in bagno. Con voce lagnosa chiedo se ha bevuto.
Forse dice fanculo. Dico non ho capito, poi mi addormento.
Guardo il passeggino, ora gli sono proprio accanto. Come può non averlo visto. Seduto, fermo, i pantaloni bianchi sporchi di marciapiede, l’autista singhiozza al telefono la propria disperazione, forse all’avvocato. Bastardo stronzo pirata della strada.
-Non l’ho visto – è solo un filo di voce che arriva da un altro pianeta.
Mentre si chiude lo sportello dell’ambulanza, incontro lo sguardo della madre. So come consolare con un’occhiata. Così lei capirà che conosco i suoi risvegli al rumore del respiro di lui e che dividiamo una specie di orgoglio malato per le piccole cose inutili dei nostri bambini, disegnini, giocattoli. Ho conservato tutto.
È così che funziona: io guardo te che mi guardi e scopro che abbiamo in fondo alle pupille la stessa lucina, la brama di un cane che vede da lontano qualcosa di appetitoso. I pensieri si agitano dentro teste diverse prendendo una forma tutta loro, che li rende speciali. Talvolta – raramente – si riconoscono identici.
Prima ancora dei pensieri, però, in uno spazio privo di tempo e di logica, condividiamo desideri.
La osservo brevemente, potrebbe essere mia figlia. Guardo il passeggino. E’ stanca. Ha un’enorme mole di lavoro. Pochi soldi. Poco sonno. Ogni tanto fa un giro con lui comodamente seduto, facilmente trasportabile, con il porta tutto pieno di pannolini e pappe appena comprati al supermercato approfittando delle offerte. Velocemente, ci sono orari da rispettare, altrimenti quando suo padre torna chi lo sente.
E quella voglia di far finire tutto con una piccola spinta.
Lei mi guarda, annuisce e tra le lacrime sorride.

©Roberta Lepri

 

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