Amori dei merda [10] di Roberta Lepri

© WDE, di Raffaele Rutigliano

© WDE, di Raffaele Rutigliano

CELLO SUITES

Mio caro,
la musica mi entra nelle ossa come l’umidità di questa cantina. Intanto, il vino nelle botti matura e raggiunge il giusto grado alcolico. Non riesco più a suonare in casa, né all’aperto, e in nessuno dei luoghi normalmente deputati a questo esercizio.

Ho bisogno di una nuova intimità, di una chiusura al mondo che sia come tornare indietro, regredire fino al ventre materno, caldo, umido, che divenga a tratti di un’accoglienza ingombrante. Ho necessità che il mondo mi lasci andare, ora. E che le miserevoli pesantezze restino fuori. C’è odore di muffa, di passito. I ragni, ne sono certo, apprezzano le onde sonore provocate dall’archetto sulle corde. Le bestie del creato amano Bach, non può essere altrimenti.

Cos’è che muove gli animi? Cosa ci porta gli uni verso gli altri? Un essere vibra e un altro ne accoglie il risultato? E’ questa la vita? Oppure entrambi danno origine a un movimento congiunto, privo di passività, e il loro incontro-sconto si trasforma in fuoco creativo? E questo urto, cos’è? Può veramente trasformarsi in unione? Non lo so dire. L’umanità presenta un numero così alto di variabili che chiunque si azzardi a dire “è così che procede il mondo” dovrà per forza essere considerato un bugiardo o un superficiale. Non siamo niente, questa è la certezza. Siamo un desiderio che dura una frazione. Una nota impossibile da tenere.

Ricordo di non avere pensato alcunché, nel momento preciso in cui ti ho veduto per la prima volta. Piuttosto, ne ho ricavato una sensazione di assoluta certezza.

Io sapevo.

Come so che la mia mano, quando muove l’archetto sulle corde, darà origine al suono: allo stesso modo tu sei stato per me. Eccoti, tra le note ti ritrovo. Sei il giovane seduto al lato sinistro della sala. Composto, assente, pieno di una dolcezza compiuta: al primo sguardo, sapevo che ti avrei ottenuto. Capita lo stesso nei sogni, di cui già conosciamo la fine per averli già fatti più e più volte. E questo non ci strappa dal sonno profondo, anzi, ci rapisce maggiormente. La loro frequenza ci rassicura forse sulla possibilità che essi si realizzino. E la casualità del loro ripetersi si muta dentro di noi in inconsapevole ostinazione. Vogliamo quei sogni, li pretendiamo, li distilliamo da noi stessi, li andiamo a cercare nelle più nascoste profondità del nostro essere umani. Non sono meno forti dei desideri palesi.

Ciò che non potevo sapere è che a causa tua non avrei mai più conosciuto la veglia e la mia vita si sarebbe trasformata in un sonno senza fine. Perché di un sogno, purtroppo, non si può mai avere veramente il controllo.

E la felicità non sazia. Anzi, durante i miscugli delle sue alchimie, in un modo che pare improvviso ma che nel cuore è durato quanto un’era geologica, l’elemento forte diviene debole e soccombe. Quello debole si muta nel suo opposto e ruggisce sulla carcassa del corpo che tanto aveva desiderato. Niente tende all’equilibrio, se vivo.

Vale anche nella musica. Nasce, cresce, raggiunge il suo apice al termine del quale deve esserci la morte. In fondo, il suono deve cessare. E’ ciò per cui si è originato: tornare al nulla da cui proviene.

Io, musicista di successo; tu, il giovane studente che restava in adorazione. Gli artisti non hanno età e portano le rughe come medaglie, pensavo. Fin quando le medaglie non sono troppe e cominciano a pesare. Quante donne di mondo ho visto finire così, imbellettate e vecchie, circondate da cicisbei prezzolati. Ancora a illudersi di poter vivere. Quante ne ho derise, incolpando di tutto quel ridicolo la loro avvilente debolezza di carattere.

Proprio io, che adesso devo fuggire la luce e mi rintano qui, in mezzo alle botti, vicino a questa parete di roccia che stilla acqua. Nella cantina, ventre di mia madre, ventre di balena. A consolarmi con l’esistenza del purgatorio e poter così resistere  – spero – alla fine del tuo amore.

© Roberta Lepri

1 Comment

  1. Una discesa alla madre primordiale per trasformare la sofferenza in nuova energia. non verso il nulla, ma verso una nuova luce. metamorfosi di un amore finito.
    Un racconto che colpisce duro, per dare più forza . Grazie, Roberta lepri.

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