Alexanderplatz, Berlino, 23:59 [7] di Margherita Sgorbissa

foto di M.Sgorbissa

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TU, CASA

Sento il rumore delle rotelle del mio trolley trascinarsi lungo il porfido sconnesso della stazione di Ostkreuz. Devo fare un pezzo a piedi prima di imboccare la strada di casa, ma casa è già attorno a me. Il profumo della stazione mi entra dal naso fino al cervello, ossigenando d’un tratto la voglia di ritornare nel mio universo.
Mentre cerco le chiavi nella borsa, rifletto su quanto il termine “casa” sia diventato altro in questi mesi.
La sfumatura metaforica di queste quattro lettere messe assieme diventa incredibilmente difficile da definire, estremamente inafferrabile nel suo modo di riferire un concetto, un sentimento o un luogo preciso.
“Parto per il weekend”
“Dove vai?”
“Torno a casa, in Italia”.
E non sono sicura che casa sia ancora Italia. Non sono sicura che i luoghi che mi hanno fatto da sfondo abbiano in sé quelle sensazioni di sicurezza e fiducia, di accoglienza e calore tali da essere chiamate “casa”. Ma in fondo è così. C’è una casa, in Italia, in cui ci sono ancora le mie cose. I miei libri, i miei vestiti, i miei peluches. I segni della mia infanzia e degli anni scorsi.
Nelle persone di una vita non riesco a trovarmi. Mi sento tradita dal loro sguardo che a differenza del mio sembra essere rimasto sempre uguale. Cerco di riflettermi e trovare connessioni che non ci sono. Ed è così: anche le persone possono farsi luoghi in cui possiamo sentir voglia di abitare, per sentirci a casa. Ma ci sono sguardi in cui non riuscirei più ad abitare, in cui gli obiettivi e le prospettive a lungo termine diventano ineluttabilmente incompatibili. Mi sento ricacciata fuori, dal loro tentativo di coinvolgermi in un universo che non si incastra col mio.
“Ho voglia di tornare”
“Dove?”
“A casa”
Non appena l’aereo tocca terra, riattivo la connessione e digito un numero.
“A stasera.”
“A stasera.”
Il cielo di Berlino mi fa sentire a casa. Perché forse è davvero qui casa, quella di emozioni e progetti costruiti su misura. Il tetto della S-Bahn sopra di me mi fa sentire a casa. Perché è qui che c’è la mia stanza e il mio ufficio e i miei ristoranti preferiti. Il ponte di Warschauerstrasse mi fa sentire a casa. Perché Berlino ha un nocciolo di essenze che mi si cuciono addosso come fossero un abito indispensabile. Il porfido sconnesso, le pozzanghere dell’ultima pioggia qua e là, la moltitudine di persone, gli edifici ormai conosciuti mi fanno sentire a casa. Un senso profondo e che formicola in sordina dal basso dei piedi fino all’alto dei capelli. Come se mi appoggiassi a un muro in cui è scolpita la mia forma senza alcuna imperfezione. Sento che sto ritornando sui passi della mia predestinazione. Ennesima conferma che Berlino, tu sia l’abbraccio urbano in cui ho capito di voler vivere.
Poi cala la sera. E siamo sul letto, con le guance attaccate. Fra le tue braccia è casa. Nei tuoi occhi ci sono le vibrazioni che mi fanno sentire al posto giusto. Fra le tue labbra, che mi sembrano ancora più belle dall’ultima volta che le ho sfiorate, c’è il sapore di conforto e sicurezza. Incastrata nel tuo abbraccio, c’è l’essenza dei miei giorni berlinesi, del mio innamoramento per tutto ciò che ha finito per appartenermi. Nei tuoi occhi c’è il mare di bellezza che mi convince quanto tu sia ormai il mio luogo.
Tu, casa.

© Margherita Sgorbissa, 2016

1 Comment

  1. Antonella Rispondi

    Bellissimo articolo! E’ bello vedere che non sono l’unica ad aver avuto un sentimento cosi’ forte nei confronti di questa citta’. Ho condiviso anch’io questo sentimento di sentire Berlino la mia vera casa. E anche se ora non sento piu’ le farfalle nello stomaco, Berlino rimmarra’ per sempre unica e speciale.

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