Alexanderplatz, Berlino, 23:59 [12] di Margherita Sgorbissa

© ph. M.Sgorbissa

LA STANZA NELLA MIA TESTA

Mi ritrovo spesso a immaginare una stanza spoglia, in arredamento minimale. Un tavolo al centro, forse dei fiori in un vaso, due sedie, un angolo nascosto dal mio campo visivo d’immaginazione. E una grande finestra con vista sul mare, da cui entrano orgogliosi i raggi di un sole prepotente, imperiale. C’è una striscia gialla che sporca il muro di luce, invade l’ambiente e ne coltiva i colori, le ombre, ne esalta i contorni, ne accende l’essenza. Se resto ferma nel punto più luminoso, la mia pelle si scalda, i capelli si accalorano e per poco non percepisco quel lieve fastidio che mi fa dire “fa quasi troppo caldo”.
Il mio corpo, ma forse più la mia dimensione psicofisica, mi sta comunicando un bisogno di luce. Una carenza vitaminica, una debolezza del sistema immunitario si traducono in un fermo immagine nella mia testa, cercando luoghi a cui qui, in questa città che non si arrende al grigio, non mi permette di accedere.
Sarebbe una terapia. Una distensione d’anima.
L’occhio soffre senza la gioia di una variazione cromatica. I miei organi interni cercano di tuffarsi in una pozza di colore, rimanendo delusi.
E’ una cupola di colore anonimo, sembra che il respiro stanco di chi resiste l’inverno si innalzi senza disperdersi veramente. E’ un’attesa rassegnata, talvolta vagamente tesa, ma forse arresa. Si impara ad andare a braccetto con la monocromia. La monocromopatia, vorrei chiamarla. Perché è un dolore da unicolor.
Si rimane attaccati allo squarcio di cielo, al riflesso in una pozzanghera, al sussurro di un filtro luminoso che di tanto in tanto, appare.
Si perde tuttavia fiducia nel sole, che non riesce a vincere la battaglia contro i sbuffi vitrei dell’atmosfera che ci circonda.
Resistenza.
Breve e costante evasione nella mia stanza immaginaria, dove il sole scalda, la luce irrompe, il mare canta, il cielo è una cornice sferica piena di azzurro limpido.

© Margherita Sgorbissa, 2017

Leave a Reply