Alexanderplatz, Berlino, 23:59 [10] di Margherita Sgorbissa

ph. M.Sgorbissa

LETTERA DA BERLINO

Avrei voluto scriverti qualcosa a mano. Inviarti il segno analogico della mia calligrafia – cioè della mia mano. Ma ho poco tempo. Ho sempre poco tempo.
Quando abbiamo iniziato a vivere quel tempo di cui spesso – nel giardino della tua vecchia casa – abbiamo parlato, pensandolo come infinitamente lontano? Quando è arrivato concretamente quel tempo in cui una distanza fisica ci divide davvero, le nostre vite frenetiche ci portano lontano prima di tutto con il pensiero, ad un punto tale che sentirsi anche una volta alla settimana, per un messaggio veloce, sembra impossibile?
Non riesco a identificare il momento esatto in cui questo tempo sia cominciato eppure lo rimango a osservare, con una punta di rancore e tristezza. Non mi fraintendere, però. Lo sapevamo benissimo, entrambe, che sarebbe andata così.
Passavamo il tempo a dare forma al nostro futuro, anche solo descrivendolo a voce, immaginandolo e mettendoci tutta la nostra fiducia. Avevamo la lungimiranza di visualizzarlo, già cinque, forse sette anni fa. Ci vedevamo già altrove, lontane da casa, a vivere le nostre vite senza più costrizioni. Eravamo così sicure del fatto che prima o poi tutto si sarebbe avverato, concretizzato, che non ci faceva paura l’idea che un giorno questo tempo sarebbe effettivamente arrivato.
Avevamo un coraggio ingenuo, di chi non conosce bene il prezzo dei compromessi, dei sacrifici. Sapevamo che in fondo avremmo dovuto scegliere se restare una attaccata alla spalla dell’altra, sognando un altro tipo di vita, o se viverla davvero questa vita fatta di sogni avverati, però lontane. La lontananza è davvero un grande compromesso che ho scelto (avevo alternative?) di accettare. È un compromesso obbligatorio, necessario, su cui non ho potuto discutere più di tanto. Per questo mi sembra più un sacrificio che altro. Sto usando parole complicate e immagini barocche per dirti semplicemente che mi manchi e che a volte mi pesa rendermi conto del fatto che siamo approdate già e così presto (è presto?) a questo punto delle nostre esistenze in cui abbiamo fatto scelte coraggiose e motivate, che ci rendono felici, ma distanti.
Perché a volte vorrei chiudermi tante porte alle spalle e – passando per il cancello sul retro (scavalcando!) – fermarmi a fumare una sigaretta in giardino di casa tua, passando al vaglio anche la più minima sensazione, la più sottile delle emozioni, la più sfumata delle intuizioni. Così, per mettere tutto sul tavolo, per fare il punto della situazione, per parlare di tutto e senza filtri, rimescolarlo, lasciarlo lievitare, ragionandoci ad alta voce e con te, che sei sempre stata il mio specchio parlante, umano.
A volte vorrei liberarmi di questo tempo che sembra già così maturo. E fare in modo che la lontananza non sia proprio il più grande sacrificio da accettare per questa nuova felicità.
È stato un anno incredibilmente intenso e sembra che questo tempo non abbia ancora raggiunto un equilibrio vero e proprio. Mi sembra di non essere ancora arrivata a un punto vero e proprio. Forse ci sono quasi. Lunedì inizio il nuovo lavoro e sarà per me sicuramente l’inizio di un nuovo capitolo. Forse riuscirò a tirare le somme di questi primi quasi 15 mesi a Berlino che, nonostante tutto, in una prospettiva fatta di anni, non è ancora molto.
È l´anno di coincidenze che mi ricordano una vecchia promessa e l’unica vera premessa che c’è e ci sarà sempre fra di noi: quel filo dorato che ci tiene legate al di là di ogni distanza spazio-temporale. E che annulla ciò che ci potrebbe allontanare e ci fa viaggiare, in un modo o in un altro, su un binario comune e sincronizzato.
Domani è il tuo compleanno e come al solito sento che il regalo più sincero che potrei farti sono le mie parole. Quelle che mi rimangono incastrate in fondo al cuore e alle dita, ma che riescono a uscire e ad arrivarti davanti agli occhi, quando mi impongo sulla ristrettezza di tempo.
Sono ventitré. Un numero che per me è stato tanto, non solo di positivo, non solo di negativo.
Non so bene cosa augurarti, questa volta. Forse di non dimenticarti mai della tua immensa purezza, che ha il sapore di qualcosa di sempre buono e genuino. Non lasciarti invadere dalla paura e da un disequilibrio disarmonico. Fai in modo che nel tuo caos ci sia sempre un punto di luce nevralgica a dare un senso di bellezza e positività, comunque vadano le cose.
Vorrei tanto che ci fosse un varco spazio temporale che mi porti da te, nel mezzo dei momenti più tempestosi.
Mi manchi, amica mia. Tanto.
Approfitto per dirtelo ora, abbracciandoti virtualmente ma con il cuore e nella speranza che tu trascorra una giornata piena di gioia e di calore.

© Margherita Sgorbissa, 2016

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