Alexanderplatz, Berlino, 23:59 [8] di Margherita Sgorbissa

© ph M.Sgorbissa

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SETTEMBRE

C’era un tempo e c’erano i silenzi. C’era un settembre limpido, pieno di sole puro. Lontano dal velo umido dell’agosto afoso, soffocato in se stesso. C’erano le pareti di una biblioteca, c’era un tempo pieno di silenzio per costruire il futuro, un computer sempre aperto e davanti solo pedine piene di possibilità. Tutto poteva essere e tutto poteva non essere. Il bilico del potenziale era una vertigine senza peso, una sensazione senza nome. Senza altezze, né prospettive. C’era solo il poter essere, il poter fare, il volere.
Nella testa si rincorrevano ambizioni colorate, determinazioni narcisiste. Come facevano roteare le loro gonne, quelle proiezioni di futuro brillante.
Poi il tempo ha iniziato a suddividersi in ore precise. E obblighi inevitabili. E in una ricerca insaziabile di senso. Il tempo mi ha ingannata, nascondendosi, impreziosendosi sempre di più. Come fosse un diritto a cui non ho più avuto accesso. Poi il tempo è diventato denaro. O forse il denaro si è preso la libertà del mio tempo?
Poi ho perso i contorni del mio riflesso. Ho perso il valore del mio peso, del mio piccolo posto qui, in questo mondo strano. Ho perso l’attenzione in mezzo all’estrema, esasperata relativizzazione di ogni criterio. Si è sdoppiato tutto, mille volte e mille ancora. La stanchezza di non riuscire a essere, la necessità di imporre una quieta ordinarietà. Il rifiuto della banalità, la voglia di allontanare l’inettitudine. L’isteria di mettere da parte ciò che è mediocre.
Poi tu, che sei il mio sole. “Nel giorno che fugge, il tempo reale sei tu”, cantano i Subsonica. E sì, hanno ragione. Tu, che hai gli unici occhi in cui riesco a sentirmi bene, a sentirmi una e senza relatività. Tu che accarezzi questa mia irrequieta ricerca di punti di forza, di trampolini di vita, che non ti stanchi della mia vivace insoddisfazione, un’insoddisfazione che si accartoccia quando mi tieni stretta e sai che tutto andrà bene.
Perché a volte la malinconia mi coglie come una fitta al fianco della coscienza. Perché mi manca il mare e mi manco io. Mi manca decidere e tenermi stretta, al di là delle onde. Perché a volte sembra che tutto scorra, senza che io l’abbia capito.
A Berlino è già settembre, forse da un po’. Le foglie iniziano a cadere e la stagione sorride, con l’armonia di chi rientra nel proprio quadro normale.
E si distende, sempre come una prima donna, dietro al velo che non la vuole scoprire. Perché lei solo sussurra e a volte, se il vento è buono, può anche raccontarti le tue verità.

© Margherita Sgorbissa, 2016

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