Alexanderplatz, Berlino, 23:59 [6] di Margherita Sgorbissa

foto di M.Sgorbissa

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SPLENDI

Distesa a terra sto bene. Non si può dire che questo pavimento di legno solido sia comodo, eppure riesco a trovare la mia pace. Guardo le grandi finestre della mia stanza, guardo le luci negli appartamenti di fronte e provo a immaginare cosa si dicano le persone strette ai loro tavoli, sospirando forse come faccio io, cullandosi nel tepore di un silenzio buono, di quelli che sanno dare tregua. O forse stanno litigando, stanno piangendo. Stanno fumando una canna, stanno facendo l’amore dimenticando che giorno sia, a che altezza sia il sole, quello che dovranno fare da lì e poche ore. Immagino che ci sia un bellissimo tramonto dal ponte di Warschauer. Potrei quasi prendere la bici e pedalare fino a quel punto centrale dove la Berlino più bella prende vita, nel fremito di automobili, biciclette, musicisti di strada di fronte la metropolitana, camionette della polizia che sfrecciano in direzione Lichtenberg.
Qualche settimana fa ho comprato un abito giallo. Morbido e di ottima fattura. Uno di quei pezzi rari che hai voglia di concederti per le giornate speciali. E’ particolarmente estivo e forse sarebbe stato ancora presto per indossarlo. Poi però un inaspettato sole primaverile, pieno di quel confortevole primo calore di stagione ha fatto capolino al di là di ogni aspettativa e ha fatto la sua trionfale comparsa su Berlino. Quanto lo abbiamo cercato? La luce in città è un’eccezione che fa tremare il cuore. I colori si accendono e si avverte un cuore pulsante riprendere a battere. Il brusio dei passanti aumenta, riecheggia da punti indefiniti sempre una musica di sottofondo, come se in qualche angolo ci fosse un richiamo intermittente alla vita e al risveglio.
E’ così difficile spiegare dove sia il segreto della bellezza di Berlino. Perché a meno che tu non lo viva sotto la pelle, in un punto incastrato fra lo stomaco e il cuore, forse addirittura fra i piedi e un piccolo ripostiglio del cervello, non si fa cogliere. E’ selettiva, Berlino, è sfacciata, è spavalda e non si fa sfiorare dal giudizio, non si fa chiudere in nessuna definizione, sfugge continuamente alla necessità di tanti di trovarci una verità che sia unica. Così siamo noi, che l’amiamo. Contraddittori e ribelli. Pieni di una bellezza nostra, senza chiedere che voi, voi al di là di questo segreto, possiate capire. Non abbiamo bisogno di sapere a che cosa serva realmente essere stati accolti da questo mondo, ma ci basta sentirci a casa.
Ho indossato il mio abito giallo e mi sono tolta la giacca. Ho camminato lungo Warschauer Strasse, fino a Schlesisches Tor e poi verso il Club der Visionaere. “Ti insegneranno a non splendere. E tu splendi invece”, diceva Pasolini. Ho sentito di essere un piccolo sole. Splendente. Non importa se fossi bella o no, se fossi davvero un punto di luce o no, però ci sono istanti in cui senti di emanare una luminosità che ti esce dalle spalle e dalla pancia. Ti porti addosso, assieme al cielo e all’aria che hai attorno, un’aura di chiarore che prima di tutto riesci a percepire nella tua testa.
Ho respirato l’aria tiepida dopo lunghi mesi senza alcun profumo. Ho camminato con il sole in faccia, godendomi l’odore di Kreuzberg e la bellezza dei suoi pittoreschi avventori, come fossero parte di un immaginario che non potrei in alcun modo pensare diverso.
Sono stata ubriaca sotto la cassa del Club der Visionaere, sorridendo senza peso davanti ai miei compagni del sabato pomeriggio, sentendomi come mi fa sentire Berlino sempre: bella e libera, felice e senza bisogno di chiedere altro. Semplicemente come è sempre stato: la persona giusta, nella vita giusta, al posto giusto, fra le persone giuste, con la musica e la birra giuste.
Poi mi sono voltata e mi sono accorta di essere ancora rannicchiata sul mio pavimento. Con profumo di limoncello nell’aria. Sulle note di “Numbers” mi sono addormentata. Sto bene (se resti).

© Margherita Sgorbissa, 2016

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