Alexanderplatz, Berlino, 23.59 [13] di Margherita Sgorbissa

© ph. M. Sgorbissa

STRADE

Quante vite si possono vivere in una? Ma quand’è che crediamo di viverla davvero, la vita? Quando ci sentiamo una cosa sola con l’interno e l’esterno? Quando il mondo delle nostre idee prende forma e coincide con quello esterno, delle azioni, dei movimenti? Quando siamo circondati da impulsi liquidi, dinamici, che ci solleticano l’ispirazione e ci spingono a creare, sviluppare, maturare pensieri sempre migliori? Oppure stiamo vivendo una vita (o tante?) quando le nostre inclinazioni, i nostri interessi, le nostre proiezioni trovano la direzione di giusta, il loro posto nella dimensione materiale, dove c’è bisogno di una voce forte e decisa, di muovere la volontà più avanti possibile?
«Vuoi spegnere la luce?»
E’ la domanda più dolce e più strana a fine giornata. Io che devo arrendermi al buio, al silenzio, alla staticità, quando avrei bisogno di liberarmi dalla conformità quotidiana e iniziare a pensare, a riflettere, a ritrovare quegli stimoli che un tempo hanno dato forma alla mia personalità. Ma la stanchezza, la dolcezza di ritrovare un respiro affine vicino alla mia guancia, il calore dell’abbandono è forte. Così mi allungo, distendo il braccio, la stanza diventa buia e il mio corpo lascia la presa, meno di quanto invece faccia il cervello, che riesce a trovare soluzioni migliori quando è sul punto di spegnersi. C’è qualcosa che rimane vivo. Un fuoco, una piccola miccia. Un istinto di cambiamento continuo, di ricerca, di rifiuto alla resa. Io sono lì. Io sono il rifiuto alla anche minima resa.
Quante strade vorrei intraprendere, fuori dalla categoria quotidiana. Mi sono sempre ripromessa di liberarmi dalle etichette, qualsiasi esse siano e in qualsiasi modo queste arrivassero. Ed è così anche ora. Non riesco a indossare categorie, né “label”. Che siano in forma di titoli professionali, formativi, pregiudizi o impressioni. Io voglio essere io, pura. Al cento per cento corrispondente a quello che mi sta nella testa. Ma cosa mi sta nella testa? Chi riesce a leggerlo, al di fuori della sfera privata? Dove dilaga l’essenza, la forza, il valore?
Quanto puri si può essere quando non c’è spazio per esprimersi, non c’è spazio per parlare la propria lingua, quando sembra che nemmeno la propria voce abbia il suono di una volta? E’ così che ci si perde? Così ci si sente quando si pensa di essersi confusi in mezzo a una strada?
A cosa mi sto ribellando, ora? A che cosa vorrei disobbedire, cosa sto cercando di dimostrare, cosa sto cercando di andarmi a prendere o riprendere? Cosa mi manca? Cosa sento che mi sia stato tolto? Cosa non ho mai ancora avuto? Cosa cerco alla fine di questo cammino, sempre che ce ne sia uno definito? Che forma ha la mia ambizione? Che scopo? Che forma ha il vuoto che vorrei riempire (sempre che ce ne sia davvero uno)?
Qual è la prossima domanda a cui voglio rispondere?

© Margherita Sgorbissa, 2017

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