Abiterò me stessa [2] di Nicoletta Erre

skyline

SKYLINE

Guardo lo skyline sullo schermo del cellulare.
Bianco e nero, edifici altissimi riflessi su una distesa d’acqua che pare inchiostro.
Fino a ieri lo sfondo si intravedeva appena dietro il fitto scambio di messaggi che tale non era, in verità, ma una gragnuola di proiettili verbali a senso unico che, nelle intenzioni, avrebbe dovuto almeno scalfire il muro eretto all’improvviso.
– Non ti rispondo, non ti parlo più, potresti essere viva o morta: sarebbe uguale. –
Io però ero viva, e ho mandato esseoesse finché ho capito che non ci sarebbero state più risposte.
Forse una parte di me l’ha sempre saputo, che sarebbe finita male.
L’altra ha sperato che così non fosse, ma non si è impegnata abbastanza.
Ho cancellato tutti i messaggi, anche quelli che sembravano colorati di speranza.
Un clic, e lo skyline  è riapparso nitido, pulito, inospitale come una casa fredda e spoglia.
Abitare me stessa è un concetto bislacco che mi porto dietro da anni.
Nella mia accezione vuol dire stare comodi  nel proprio corpo e nel canovaccio che si intesse delle esperienze che toccano in sorte, più quelle che andiamo ad affrontare con poca preparazione e molta incoscienza.
Sentirsi nella propria vita, ancorati a quel minimo sindacale di certezze che ti permettono di alzarti al mattino senza chiederti che cosa ci fai in quel letto che è il tuo letto da sempre, a chi appartiene la casa dalle pareti giallo sbiadito nella quale ti muovi trascinandoti, a che serve vedere il mare in lontananza se il mare non riesce più a regalarti gioia.
La sensazione di vivere in una dimensione parallela è angosciante e surreale: sembra quasi di essere capitati in un corpo a caso, in un’esistenza a caso.
Conviene non pensarci troppo: la vita va sfrondata dai pensieri che  fanno male, va ripulita da chi non riesce a sintonizzarsi con noi, e nasconde atteggiamenti ambigui sotto una verniciata di false buone maniere.
Frapponendo distanze che si fanno siderali.

© Nicoletta Erre, 2016

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