21 grammi sulla pelle [8] di Viola E. Miller

Donna che legge, di Fernando Botero

LETTO A DUE PIAZZE

Giaceva sul letto.
Non riusciva a parlare. Dopo ogni orgasmo il sangue tornava ad acquietarsi. Che già pensava alla volta successiva. E ancora…, alla prossima.
“Non vestirti, vai di fretta? Non scappare.”
Che poi facevano tutti così, scappavano. Si vestivano, si infilavano i pantaloni, le scarpe e andavano via.
Non li poteva inseguire. Non riusciva neanche a parlare. A malapena stringeva gli occhi che teneva su come le pieghe di un lenzuolo. Le palpebre erano talmente ingombranti da farci grasso di gola dal maiale.
Il fatto di essere cicciona non dispiaceva a nessuno. I clienti erano sempre vogliosi e soddisfatti. E pagavano bene. La loro imperfezione, al cospetto di lei, era quasi necessaria. Loro erano troppo magri, troppo alti, troppo belli, troppo biondi, troppo ricchi, troppo in tutto, che il troppo stroppiava in confronto a lei e alla sua massa. La nuova donna. La donna del futuro. La donna che non costringeva nessuno a lei, erano tutti gli altri a volerla, a desiderarla più di ogni donna qualunque, quella normale, quella troppo magra, troppo snob, troppo a puntino, come un sandwich.
“Andiamo dalla Anna, la Annona.” Dicevano, la tipa che ti faceva passare il mal di testa, tanto che veniva a lei, tante le volte che girava e rigirava in quel sudario tra materasso e pelle.
Non scendeva mai da quel letto.
Aspettava, e aspettava.
Il prossimo.
“Avanti un altro.”
E un altro. E un altro ancora.
Finché l’ultimo le tolse il respiro. Era grasso. Più grande di un armadio. Più bello degli alti biondi che a dimensioni erano fuori dall’ordinario. Lui, non tanto dotato, ma pieno di meraviglia, di sensualità. Di pelle contro pelle, piena di piaghe e arrossamenti. Un uomo che parlava sempre: di giorno e di notte.
L’amore era quel sibilo tra le parole, quel sospiro diaframmatico che si perdeva sotto la sua mole di carne. La carezzava. Le stuzzicava il clitoride roseo e consumato con le dita bagnate di saliva. Poi le dita le entrarono dentro.
I movimenti, prima lenti e goffi, accelerarono con il respiro, sempre spezzato da un singhiozzo di piacere. Vennero quasi insieme. Lui si bagnò, i genitali contro il grosso seno materno di lei, tremante, mentre il seme fuoriusciva imperlando i capezzoli. Lui si sentì svuotato cadendo su di lei. Le dita continuavano a muoversi piano sino a che le forze vennero a mancare completamente. Si addormentarono.
Di lavarsi neanche a pensarlo.
I corpi da chiusi, si riaprirono, sbocciati. Il sudore, l’odore avvinto sulle gambe appiccicose.
Il loro corpo non era più una segreta. Potevano rincorrersi, cercarsi, amarsi. Difendersi dal di fuori, dai gesti inutili degli alti e biondi, dei belli, delle fighe, delle top snob e imperfette.
Quella perfezione rappresentata nella loro testa aveva finalmente preso anche il loro corpo. Macigno insormontabile di piacere.
Ora tutto rotolava verso l’alto, contro ogni possibile gravità, perché la voglia di possedersi e possedere era lì a un passo da loro, dal cielo, contrariamente alla terra ferma, immobile, argillosa nei suoi canali pelvici, dove il trascinarsi dell’acqua è impossibile, perché orrendo è lo scorrere inarticolato senza la delicatezza dell’aria, della posa delle invenzioni sopra un corpo non di terra ma di vento leggero e caldo, che anima la voglia di volersi accanto.

© Viola E. Miller, 2015

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