21 grammi sulla pelle [31] di Viola E. Miller

DAMASCO 25

Mi trovai in un cinema sperduto, su una delle traverse che sbucano sulla boulevard. Quel film l’ho già visto diverse volte, ma ogni volta fa emergere qualcosa di nuovo dal mio cervello. Ché ne dovrei sapere a memoria le battute come i ricordi belli, ma da un film pretendo sempre che mi si raccontino bugie, e di continuo. Come un vagare dritto senza voltarsi e non sapere dove andare.

Mi è capitato oggi, ho liberato il cane e sono andata per dritto superando il centro del parco. Volevo fosse una coscienza matematica a suggerirmi la traiettoria. Barcollavo, non poco, con le gambe che non reggevano il peso di un corpo così esile. Sì, troppo esile che il vento avrebbe potuto sollevarmi e far girare, ma trattandosi di un vento non vento la perplessità di restare ancorata al suolo si manifestava con un lieve sbandamento ora a destra ora a sinistra. Superate le ultime case ho deviato a sinistra. Solo dopo mi sono accorta che ero al punto di partenza, laddove ho liberato il cane, che avevo ritrovato scodinzolante accanto lo sportello posteriore dell’auto. Così mi sono lasciata andare, ho lasciato che i nervi si sgretolassero sotto l’inerzia di un’intellettualità emotiva molto labile. Abbandonandomi del tutto sulla via del ritorno, come nell’ultimo viaggio via da Damasco.

Non ricordo altro, ricordo che gli occhi si chiusero ripensando ai periodi belli di quando c’erano i soldi in casa, quelli che portava papà, senza pensieri di una vita a grandi linee fuori dalle linee, dove i confini erano attorno ad uno Stato mio, della mia famiglia, della mia comunità e opportunità.

L’amore era impenetrabile nella normalità oltre le bombe, lo era al contrario nei film. E lì mi abbandonavo nuovamente, ricadevo nel sogno. Mi risvegliavo in strada a raccontare bugie: che ero originaria di Parigi, che tutta la mia vita era per il cinema, che ero un’atttrice nota…

Raccontavo così minuziosamente i particolari dei miei film che tutti ci credevano, che avevo amato i più grandi attori, e le storie clandestine con quelli sposati, ché se solo si fosse saputo qualcosa le mogli avrebbero richiesto ingenti mantenimenti mandandoli in rovina.

Cercavo solo di occupare il tempo, di nascondermi in un film, in un libro. Prendevo così le sembianze di tutto ciò non fossi io. Seguivo il culto del meraviglioso. Per dare priorità al mio caos, all’esigenza di uscire dagli schemi esteriori, di recuperare quella fragilità del pianto, di abbandonare il capo tra le braccia di un essere protettivo e che prendesse cura di me.

Mi ritrovai fuori dai confini natii senza una casa, senza l’amore, senza nulla.

Non avevo neanche me, non l’ho tuttora. Infatti vacillo, mi nascondo. Non ho la forza di farmi stuprare, neanche emotivamente, di vivere la vita in modo rude, di preoccuparmi dell’odio, di avere rabbie contro il paradosso dei sentimentalismi beceri.

Mi piango addosso, ho perso tutto e il niente, ho perso me stessa.

Ritornerò spero nei cinema di allora, e vedere una nuova pellicola con attori diversi e magari a ritrovarmi io protagonista inconsapevole, che apre le danze ai più bei corteggiatori, a Humphrey Bogart o Paul Newman.

In caso contrario vorrei solo morire.

© Viola E. Miller, 2018

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