21 grammi sulla pelle [30] di Viola E. Miller

foto da web

IL MARE DENTRO

«Ma hai mai amato?»
«Sì, al di là di tutto».

E se fosse che non si ama per davvero? Chi sarebbe il solo e unico amore indiscusso?
Di sicuro se stessi. Per amarsi sempre e in ogni modo. Lontano dalla gente, lontano nel tempo. E perdersi.
Per ritrovarsi soli, senza raggiri, senza violenze, con un pugno di mosche in mano.
Ero la donna di un uomo irrispettoso che pensava solo al piacere personale. Il suo ego era dominante e spropositato. Mai che la realtà cambiasse in meglio. Tutto ripetibile senza reazioni contrarie, senza capirmi, senza voler capire.
Poi lo schiaffo, il primo, i calci, poi, e ancora violenze.
Buttata su un letto e congelata in quelle ore infinite. Lasciata lì, senza vesti e con tutte le colpe del mondo. Perché ero una puttana secondo lui. Ero il sacco del suo sperma.
Era così con me – diceva – perché non lo rispettavo, non lo facevo sentire troppo uomo.
Dimenticavo le sue cose come si dimenticano le chiavi nella borsa, ma poi le ritrovi, e il suo pensiero ritornava tonante nella testa come un intruso, un tarlo assassino che mangia ogni cellula del tuo corpo dall’interno. Ti disarma nella volontà, non hai colpe se non quelle che lui ti addita.
Nella grande battaglia dell’amore le regole le fa il più forte, e io ero la debole, troppo debole.
Ma alla fine l’ho denunciato, perché nella paura più totale ho trovato la forza, quella flebile fiamma che mi ha portato quel giorno in caserma, perché non volevo mi recasse altra violenza.
Sì, ho un figlio piccolo, non sa ancora nulla, ma percepisce tutto. Piange quando sente il suo nome. Papà non c’è. Non ci sarà mai. Perché è spregevole. È tutto ciò che di contrario nell’amore possa esistere. È tutto ciò che non sia l’amore.
Un compagno come lo disegnano nelle fiabe non esiste. Non ho mai visto un principe azzurro a cavallo. Neanche un carabiniere a cavallo, tranne quelli che sono venuti a salvarmi dopo l’ultima violenza. Lo presero e lo portarono dentro.
Ma a breve uscirà e ho paura, è già passato un anno.
Ho chiesto di cambiare vita, nome, città. E vivo blindata.
Vorrei tornare a passeggiare nella mia città, vorrei tornare a frequentare i miei posti, le piazze, le strade illuminate a festa durante il Natale. E poi il mare. Il mio mare, che scrutavo dalla mia terrazza tutti i sacrosanti giorni.
Ora sono in un albergo, in un posto che non posso rivelare.
Mi sento morta due volte. Forse morirò anche una terza.
Devo far crescere un figlio lontano dalla sua casa, la nostra casa. Spero un giorno di tornare a ridere e vedere la vita come la sognavo da ragazzina. Sui banchi di scuola. Scarabocchiando su un foglio il nome del mio principe azzurro.
In terza stravedevo per Antonio. O meglio: tutte stravedevano per lui, ma lui niente. Faceva smorfie e si rigirava verso i suoi amici a ridere di partite di pallone e anime giapponesi.
Per anni ho atteso che arrivasse quello giusto, e poi è arrivato lui.
E per lui ho perso tutto. Dapprima amorevole, non immaginavo si celasse in lui una personalità al limite del mostruoso.
Poi quando il mostro è venuto fuori, mi sono rinchiusa nel terrore, mi sono raggomitolata nel mio ventre per proteggere un piccolo seme diventato carne. Potevo prendere pugni e calci senza farmi male.
Il mio piccolo mondo sano è riflesso negli occhi di mio figlio.
Sarà lui il mio unico uomo? Lo educherò nel rispetto dell’amore, nel rispetto della vita altrui.
Quando potrò tornare libera nella mia città allora, forse, potrò sentirmi nuovamente viva e tornare a sentire il rumore che fanno le onde quando si infrangono contro la banchina.

Viola E. Miller, 2018

Leave a Reply