21 grammi sulla pelle [3] di Viola E. Miller

Mad dogs, di Jack Vettriano

RIFLESSE

Camminammo per almeno due ore. I piedi dolevano.
Quando giungemmo nella radura le tolsi la benda sugli occhi.
Lei era giovane, intensa e triste. Le sue lacrime combinate con un acido basico diventavano sale. Le dissi di fidarsi della mia voce, prima, e poi dei miei occhi. Gemelli dei suoi.
Nate dalla stessa madre. Figlie dello stesso padre. Spose mai.
Sì, vergini, alla nascita.
Ché vergine non era una costrizione, bensì una violenza. Che quando ci prendeva insieme, nostro padre, ci pregava di non dire nulla alla mamma. Ci diceva di aspettare. Di aspettare. Che prima o poi tutto si sarebbe concluso, e che la gente avrebbe capito, col tempo. Compresa nostra madre.
Eravamo piccole, e sottili, come veline trasparenti. La luce ci oltrepassava anche nel buio più nero.
Inizialmente spaventate, ma la convenzione divenne non più reato sotto le lenzuola. La musica era la stessa di sempre: il valzer di Ravel, ondulante e sincopato. Come una marea continua di sussulti.
Quando ci veniva a trovare di notte ci diceva di non fare rumore. Che le lacrime sarebbero scese silenziose, e avrebbero bagnato tutto il mondo. Volevamo che quel letto divenisse il nostro sudario, volevamo la morte. Invece il calvario sembrava non finire mai.
Pregavamo, quando imparammo a pregare. Ma per tutte le preghiere recitate e urlate nella testa, nessuno mai venne a salvarci o a perdonarci dei peccati. Neanche un Cristo malandrino.
Papà ci faceva mettere a gattoni, era la sua posizione preferita – diceva.
Ci copriva con l’ enorme corpo a ci penetrava a turno. Prima l’una e poi l’alta.
Ci faceva girare e rigirare a piacimento. Eravamo speculari. Due vagine speculari, che si riempivano di sperma, che faceva gocciolare su di un panno di lino, duro e volgare. Che alcune malattie erano conosciute dalla gente solo con il loro nome volgare. Come la malattia dell’incesto, come la malattia della gravidanza. Che poi in Chiesa non si era ammessi se non liberi da peccato. E noi non l’eravamo.
Ci ha fatto abortire più volte con bastoni o attrezzi da giardino. Con erbe particolari, e senza la giusta attenzione chirurgica, che i sanguinamenti erano costanti, e le perdite: giustificate dal medico in combutta con nostro padre. Al dottore bastava che gli succhiassimo il cazzo bitorzoluto. Era un attimo, veniva in meno di uno schiocco di dita.
Papà ci chiamava le sue gemelline. Eravamo le sue preferite… Non che ne avesse altre disponibili al di fuori della casa patronale. Non lo ritenevamo così scaltro da trovarsi altre situazioni a lui più congeniali o simili. Non gli conveniva, aveva noi, o forse non ne era neanche all’altezza.
Una sola volta ci disse che gli dispiaceva, che ci avrebbe curato dagli incubi, perché anche a lui venivano incontro nel sonno come mostri. Perché la sua anima doveva all’indomani ritornare pulita, cancellata dai sensi di colpa. Perché aveva una vita scomoda fuori.
Noi fuori ci arrivammo solo dopo.
La radura si apriva davanti a noi.
Non c’era più altro tempo. Le scelte erano prese, almeno le mie.
Rivedere i miei occhi nei suoi in quell’istante. Mia sorella avrebbe scelto per lei. Le misi il coltello nelle mani. Restò a fissarlo qualche istante. Era il coltello con il quale avevo ucciso nostro padre.
Con un gesto noncurante lo lanciò lontano. Poi mi si avvicinò fino a che il suo corpo fu aderente al mio. Era carne che si ricongiungeva.
Sofia, questo il nome di mia sorella e glielo sussurrai sulla bocca prima di baciarla. Ora, finalmente, eravamo sole.

© Viola E. Miller, 2015

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