21 grammi sulla pelle [29] di Viola E. Miller

AMORE SINO ALL’OSSO

È buio. La luna illumina appena le costole. La mano le segue. Ci va dentro. Scava per trovarne altre. Lunghe e sottili. La fame ha divorato il resto. Valentina la disturbata. Valentina, che amava gli altri tranne se stessa. Valentina, che la fame l’ha presa alla testa, i tendini, la pelle scucita addosso. Sorpresa di non aver capito nulla. Nessuna conseguenza. Fuori, ora, pura sopravvivenza. Siamo come maiali, non ci buttiamo via nulla, per autolenirsi i buchi nella carne, leccandoci attorno. Infilando la lingua per sentirne il sapore. La pelle consumata, mantenuta elastica con olio alla calendula. La lingua che ci finisce dentro. Il buco è profondo. La via stretta. Diventa serpente. Lungo e sottile. Si insinua giù, in profondità. Oltre le costole fragili. Deve fare attenzione che non si spezzino come cristalli. Che il minimo rumore provocherebbe la rottura. Tenute assieme da una filaccia di carne secca da succhiare. E lì ci sarebbe altro sapore, forse salino per lacrime non versate, che non riescono a fuoriuscire dal corpo. Neanche attraverso i bulbi ciechi. Cristallizzate da troppo tempo, forse.

Non c’è via di scampo. Solo le mani, lunghe e sottili anch’esse, senza pelle, possono scavare insieme alla lingua. Nessun guanto epidermico. Solo dentro un corpo inutile e senza peso. Senza anima, senza denti, senza i suoi ventunogrammiebbasta. Che se lo dici tutto insieme non sembri essere tu, ma un’altra persona, un’altra presenza strana, un’altra cosa. Avvizzita, fatta della sola ombra del mattino, lunga e sottile, spesso indefinita come nebbia in un bosco fatato. Impalpabile.

Nella testa il ripetersi di parole fredde, avulse da tutto il resto, dell’odierna incapacità di sentirsi parte di qualcosa di realmente vivo: <<Sei grossa, vomita l’anima>>.

<<L’ho vomitata, l’ho scaricata nelle fogne>>. Lasciandosi così nuda che quel non-corpo, terra di nessuno, non fosse la cassa armonica di alcun battito cardiaco.  

Ma ecco che la mano finalmente tocca qualcosa, Valentina lo sente. È l’osso occipitale: per lei solo una conchiglia. Da lì nascono le vertebre, come è nata lei diciassette anni prima in un giorno d’estate. Quando sognava le conchiglie in riva al mare. Quando riempiva il secchiello portandosele a casa. Con una pietra praticava dei minuscoli forellini per passarci il filo e farne una collana. E ogni giorno riempiva quel secchiello. Una volta ne raccolse una chiusa, l’aprì e ci trovò una perla. Era il tesoro del mare. Impreziosì così la collana. Ogni elemento portava il segno di un giorno felice. Trascorse la vita nei ricordi dell’estate. Poi la depressione la rese schiava. Non mangiava, non si amava.

In quella testa semivuota c’era sempre la conchiglia. La mano aveva scovato l’unico posto dove ripercorrere i suoi sogni all’incontrario. Lì, nei sogni, non ci si consuma sino all’osso, non ci si perde, ma ci si innamora. E l’amore non viene insegnato, si percepisce con i tendini contratti. Nelle suole delle scarpe, sono il sassolino incomodo che si cerca di allontanare spesso per non abbassarsi a capirlo. Perché l’amore è come lo specchio che non riflette il corpo, ci si immagina tutto fuori dal corpo per riprodursi in un commento o pensiero positivo.

Le ossa consumeranno il corpo di Valentina, lei si consumerà per diventare nebbia, acqua trasparente e vaporosa, sottile al tatto di una madre. E lì, fuori dai sogni, resterà una collana fatta di conchiglie con una piccola perla per scongiurare tutti i mali del mondo, che vanno dall’esistenza all’ inconsistenza dell’animo perso.

Perdersi così senza vivere il vissuto, per non cadere nel sogno esistenziale, annullandosi senza cercare nel proprio corpo, l’unica via d’uscita possibile.

E alla fine del buco dopo la lingua e la mano, Valentina ha trovato una porta. Chiusa.

© Viola E. Miller, 2017

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