21 grammi sulla pelle [28] di Viola E. Miller

Max Slevogt – Ringerschule [1893]

DON GIOVANNI

Camminava per strada, si perdeva nei Caffé, come solo le donne della zona sapevano fare. Età media: trent’anni, e che fosse di colore o bianco cadavere non poteva non nascondere la provenienza da un quartiere di periferia come quello di Brixton, dove giravano più ubriachi che cani abbandonati. Lì anche le persone erano abbandonate e gettavano bottiglie, dopo averle scolate, nei secchi accanto ai lunghi pali neri dell’illuminazione. Lì Iceland era un supermarket, non un continente, dove trovavi tutto ciò che ti serviva e a basso costo. A Brixton non si spendeva molto. Il contrario non era possibile. Anche la farmacia di fronte vendeva tutto al 50%. Sulla Electric Avenue poi si ballava di giorno, mentre alcuni hip guardavano il sole agitando le grosse chiome di capelli crespi. A Brixton se gira bene c’è il sole. Se gira male, come sempre, piove.
Eve era di ritorno da un incontro studentesco. Erano quasi le 20:00. Per arrivare a casa ci volevano ancora una ventina di minuti a piedi. Eve era stanca e non vedeva l’ora di allungarsi sul divano a guardare la tv, magari addormentandosi nel suo piumone con una tazza calda di tè tra le mani. Lì le strade si intersecano quasi tutte, è stato un quartiere di lotta, soprattutto negli anni ‘90, e parecchie polemiche. La gente è vista come ignorante, come ignoranti lo sono ancora le strade e i palazzi. All’improvviso, Peter le tagliò la strada: «Vuoi un passaggio?»
Eve: «Mi hai quasi spaventata. Sì, magari».
Peter: «Allora, sali. Andiamo dalle tue parti».
Eve girò lo sguardo e vide che in auto c’erano altri due ragazzi sul sedile posteriore. Uno lo conosceva di vista, l’altro no.
Salì in macchina davanti, lato passeggero.
Dopo i convenevoli, i due ragazzi si presentarono, uno era compagno di classe di Peter, che Eve appunto conosceva, e l’altro suo cugino, lì a Brixton per cercare qualche mansione in uno dei negozi tipici sulla Electric Avenue. Avrebbe fatto anche il facchino, diceva. L’importante era che il luogo di lavoro avesse il prefisso 0207, così avrebbe potuto vantarsene con gli amici quando di ritorno a casa fuori Londra.
La macchina proseguì sulla Brixton Road in direzione Brixton Hill, l’Academy era ormai alle spalle. A un certo punto Peter attivò la freccia per svoltare a destra.
«Devo consegnare un attimo degli appunti a un amico nel parcheggio qui dietro.»
Avevano superato anche l’Electric Brixton, noto locale notturno. La musica anni ‘70 giungeva sino in strada anche se non in orario di apertura. Peter per raggiungere il parcheggio del Tesco Superstore non percorse la consueta strada dall’A2217, bensì prese la Porden Road all’incrocio con la Brixton Hill. L’auto era alle spalle dell’Electric, sulla destra un cantiere in costruzione. Gli operai avevano già lasciato il luogo. Peter ferma la macchina.
«Eve, resta calma e non ti verrà fatto nulla di male.»
Jack, il cugino di Billie Joe, aveva estratto dalla tasca destra un piccolo coltello a serramanico puntandolo alla gola della ragazza.
Jack era alle spalle di Eve. Billie Joe era sparito per un attimo nell’ombra, indietreggiando sul sedile.
Eve non ebbe alcuna reazione. Non riusciva a parlare, la lingua bloccata, il corpo bloccato.
All’Academy giravano voci su presunte violenze ai danni di alcune ragazze, ma nessuno aveva mai dato la giusta importanza, nessuno parlava. Erano soltanto voci di qualche troietta.
Eve conosceva Peter, ragazzo di buona famiglia, quasi modello esemplare, il ragazzo che se ti invitava a uscire non potevi rifiutarti. Era Peter.
Jack allungò il braccio sinistro a stringere Eve, portò la faccia avanti da dietro al poggiatesta. La lingua percorse il collo della ragazza lasciando una striscia di saliva. Il coltello nella mano destra era vicino al seno. Al minimo movimento o se fosse scattata via nel tentativo di fuggire, il coltello avrebbe trafitto la carne.
Pensò di essere già morta. Era già morta. Il corpo non rispondeva.
Pensò alla musica di Mozart. Ripeteva in testa ogni singola nota sui libretti di Da Ponte. Il Don Giovanni, Le nozze di Figaro.
Ah! del padre in periglio in soccorso voliam.
Tutto il mio sangue verserò, se bisogna: ma dov’è il scellerato?
In questo loco…
L’amore fatto nel pericolo dell’anfratto oscuro, era un angolo perso del cantiere edile. Era sulla terra scavata dalle ruspe, un piccolo dosso, duro come la pietra, duro come la corteccia restituita dal corpo per difesa dell’attimo rubato, la violazione di un giovane corpo inerme che sa di pesca, di vaniglia, di verginità sopita per la giovane età. Perché l’amore lo si pensa come quello consumato nell’amore vero, quello sentito e provato col cuore aperto, non trafitto da spade insanguinate dalla rabbia, dalla foga di venirle dentro come a una bambola.
Eve mantenne gli occhi occhi chiusi per le tre ore successive. Li riaprì solo quando non sentì più alcun rumore. La giornata ordinaria era terminata con la luna alta. Era sola. Seminuda dietro l’Electric Brixton che aveva aperto le porte al viavai di gente per la consumazione di sesso e alcol. La musica in strada era ancora più forte.
Mozart non suonava più, il Don Giovanni aveva lasciato il posto a urla di aiuto.
Eve fu soccorsa e portata di corsa al Pavillon Medical center lì vicino.
Eve denunciò l’accaduto. I tre giovani furono portati in giudizio. La condanna consistette in un’attività rieducativa fuori dall’orario scolastico.

© Viola E. Miller, 2017

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