21 grammi sulla pelle [26] di Viola E. Miller

© opera di Olbinski

VENITE A ME IN NOME DI DIO

«Apri la tua bocca, la voglio riempire». Era scritto sul Nuovo lezionario festivo per la santa messa, anno B, copertina flessibile – 1 gennaio 2011.
Il 2 gennaio  decisi di andare a messa. Il 3 gennaio non ci andai. Il 4 sì.
La messa era lenta. La predica infernale. E al male non seguì nessun peggiore o miracoloso accadimento, ci fu solo profumo di incenso misto a un forte odore di muffa dai tufi perimetrali.
Il confessionale era vuoto. Mi inginocchiai. Dai miei trent’anni, con un corpo che ancora reggeva il confronto con la realtà, mi venne la voglia di osare, di non perdonarmi. Era una fase della mia vita dove gli sguardi sui particolari anatomici del mio corpo provenivano proprio dai più giovani. Mio marito non se ne preoccupava, ne era quasi compiaciuto, boccheggiando in silenzio dalla sua pipa sul balcone che dà sulla via principale.
Di mio però guardavo le più giovani. In loro vedevo solo e ancora una bocca da riempire. La loro inesperienza con la fede e l’altro sesso, che portava solo a un gioco eucaristico di atteggiamenti convenzionali. Ripetevano sempre le stesse formule. Io cominciai a non farlo più. A sedermi sempre sui banchi più distanti. Sino a restare in piedi dinanzi al portone d’ingresso.
Non allungavo più la mano nell’acquasantiera, per paura di bagnarmi, di toccare il marmo freddo e esser presa da un brivido sin sulla schiena. La fede era  qualcosa di materiale, qualcosa che aveva preso forma nel sangue e nella carne di Cristo. Ero sazia del suo corpo. Ero sazia di lui.
E in me così nacque una storia  nuova e inaspettata, quella di ogni donna che guarda all’Altissimo, attraversata dalla luce proveniente dal rosone centrale nel giorno del solstizio d’estate. Era il mio rinascere donna matura, diversa davanti alla fede, davanti alla creazione di ogni idea universale di amore.
L’amore di cui da lì in avanti andai a saziarmi, era sempre di sangue e carne, ma di ciascun essere professasse l’amore verso il mio corpo che invecchiava, che anche se al limite della realtà permetteva ancora di esser sacrificato nella fede amorevole del Signore che tutto vuole e tutto vede.
Se in me si è risvegliato questo amore è perché il mio Dio ha voluto che mi immolassi in suo nome.
«Venite a me, venite a me tutti, creature divine, creature del cielo e della terra».
Se mi vorrete come sono allora il disegno alto del Signore avrà i suoi effetti benefici, e le mie labbra potranno assaporare il succo della vita celeste. La vita che si ferma dinanzi al tempo non può esistere se non contenuta in un credo spropositato.
Uomini e donne ho amato.
Giovani ho amato.
Vecchi ho pregato di non fermarsi, di vivere in me il loro desiderio.
E nel confessionale sprofondai, così, in una dimensione di non ritorno, sensoriale e totalizzante. Sempre fatta d’amore e di me da leggere in ogni chiave possibile.
Chi mi stava di fronte e nell’ombra ascoltò ogni pensiero.
Non rispose subito, o meglio, faceva sentire la sua presenza in un dittongo chiuso, pronunciato stretto tra i denti, non capivo se fosse per approvazione o sdegno: era sempre un estraneo che doveva ascoltare e rimandarmi al banco, per pronunciare penitenze, anche se dietro sua approvazione del mio fare si fosse celato un suo immondo desiderio di me.
Al termine della mia libera confessione, il prete allungò da dietro alla tenda la sua mano: era indurita e rugosa. Le dita lunghe si spingevano verso di me fino a toccarmi. Subito si fermò, rivolse il palmo verso l’alto e attese immobile.
«Questa mano raccoglie tutto di te, ha percorso ogni linea del tuo corpo, ogni linea della tua vita, se non fosse che tu hai fatto della fede la tua di fede, non proverebbe che Dio esiste, ma Dio esiste in ognuno approvi l’essere umano, e tu accettando te, hai accettato anche Lui».
Una lacrima mi scese dal viso posandosi sulla sua mano.
Lui la richiuse.
«Trasformo in perle ogni lacrima di questo mondo, e le più genuine sono quelle anche più luminose, perché sgorgano direttamente dall’animo di chi le porta dentro».
Tornai il giorno dopo e il giorno dopo ancora.
Il 2 febbraio andai a messa. Il 3 febbraio anche. Il 4 sì.

© Viola E. Miller, 2017

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