21 grammi sulla pelle [24] di Viola E. Miller

IO, TU E HENRY

Mi manchi, non come l’aria che respiro, sarebbe banale. Lo scriveva pure lui, Miller. Ti componeva nel tuo essere menzogna e verità, sì, bugiarda ed effimera. Solo tra scrittori ci si ama e ci si spoglia di ogni virtù, che in verità sono tutte pure costruzioni della posizione che mostriamo fuori, alla gente, a chi ci osserva per quello che sembriamo loro. In fondo, noi, qui: io, tu o lo stesso Miller, non sappiamo quanto si mascheri di sincerità ogni nostro aspetto, seppur pudico.

Hnery ti invita a sorridere, perché gli piace sentirti ridere. A me piace invece il tuo silenzio. Quando mi guardi o fai finta, quando abbassi lo sguardo ma continui a seguire le mie fasi, i miei movimenti sotto, tra le tue gambe.

Il mio amore è diverso dagli altri, dallo stesso Miller. Mi piace legarti a me, non renderti libera. Perché io so cosa tu vuoi, lo so. Perché io amo tutte le donne, e amo te come tutte quante non sappiano amare. In tal caso ti esorto a ridere ma in maniera ingannevole, perché mi piace esser ingannato e scoprirmi ingannato.

Saprei raccontarti e scrivere di pugno anche cosa farai domani, quando ti sveglierai in questo o quell’altro letto, cosa mangerai per colazione, cosa leggerai mentri sorseggi dalla tazza il tuo caffè. Con te sarò poco leale, ma lo faccio per il nostro amore, il nostro bene, che non è il tuo bene, e neanche il mio, è il nostro bene.

Tutti ritengono che si sia scritto già tutto sull’amore, su noi, ma si sbagliano. Io ne so di più, di tutti quanti. E non importa se non sono famoso quanto Miller. In parte ne soffro, ma è questa sofferenza che mi porta lontano, a essere diverso, a vivere e far vivere diversamente questo amore.

E mentre racconto la vita che non so, che non abbiamo ancora vissuto ma che vivremo, aspetto adagiato accanto a te i primi tradimenti del giorno, quelli delle frasi scambiate con gli sconosciuti, come messaggi verbali che nascondono il voler attirare a sé le tue labbra e morderle un pochino per volgarizzarti. Come desiderava anche Miller. Ma io voglio di più, voglio domarti come la bestia che sono, come il mostro che piange guardandoti, senza umiliarti. Miller era insaziabile, io sono sazio, di te e ogni tua cellula vivente.

Faccio l’amore come solo io so farti l’amore, non ho bisogno di nulla se non il tempo muto dietro alle spalle, in croce senza supplicarmi di darti altro. Non mi accorgo di nulla, non sento quasi più il suo peso, la sua presenza da vigliacco a scaldarsi l’uccello.

Cara la mia Anais, ti amerò fino allo sfinimento per ricordarmi che insieme siamo irreali, siamo il male che ci circonda, siamo gli sguardi e le dicerie della città che ci ospita.

Ritorniamo insieme anche domani e il domani ancora.

Il mio corpo sa, la tua mente percepisce, la mia mano vede, la tua fica obbedisce. Non chiedermi null’altro, chiedimi sono da dove vengo e chi sono, chi non mi domina, chi non si sazierà del mio corpo. Chiedi e ti sarà dato per sempre nei nostri pensieri o misere appartenenze.

La tua sottoveste stropicciata sul letto di ferro, come ti descriveva lui.

Per me non sarai l’ultima donna sulla Terra, non sarai quel paio di natiche da coito interminabile, io non ti assolvo, né do assoluzioni.

Sono la tua cura, sono te nei miei occhi, sono il tuo ventre fecondo, sono il corpo riempito della tua anima, sono una lingua che parla, che scrive, che non urla.

Se solo tu abbia riconosciuto in me la tua forza, allora saremo liberi di rincorrerci e respingerci lungo il confine dell’eternità.

© Viola E. Miller, 2017

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