21 grammi sulla pelle [23] di Viola E. Miller

©Piero Pizzi Cannella, Camera oscura, 2015

IL FOTOGRAFO DI ARLES

Ventuno grammi sulla pelle li ho visti in controluce.
Li ho visti quando mia madre è morta. Ho visto tante bocche in controluce che mangiavano le sue braccia. E di colpo mi accorsi che avevo perso un grande amore.
L’amore che non avevo potuto più riavere, ma ciò non mi fece abbassare la guardia sull’attenzione all’amore. Quel suo amore era con me, mi accompagnava, mi incoraggiava nella strada lunga e solitaria che intrapresi per alcuni anni della mia vita. Ero via da un po’, per un convegno ad Aix-en-Provence, si parlava della bellezza delle Bocche del Rodano. Volli però raggiungere Arles. Lì dicevano che le ombre vivono con le persone, si mimetizzano al calar del sole tra le stradine strette. Lì dicevano pure che le persone escono di casa dopo il calar del sole per confondersi con le ombre, per entrare nel mondo delle ombre dove la luce chiara della luna offre il ritorno al ricordo.
Viaggiai per tutto il pomeriggio in compagnia di un quaderno, ci annotavo ogni porzione di sentimento vedevo materializzarsi tra lo spacco della luce e ombra di ogni vicolo. Lì viveva anche un fotografo, appendeva le sue impressioni su lunghi fili argentati. Servivano per attirare i ricordi che poi avrebbe materializzato nello stop di una pellicola. Aveva una vecchia macchina fotografica. Ora non ne esistono più, ma lui ne aveva una speciale. Fotografava le ombre. E i loro ricordi ricomparivano. E il lungo filo argentato era così pieno di immagini che tu stessi ne venivi catturato, come un affogare nella realtà e riempire i polmoni d’acqua. Poi i pesci avrebbero fatto il resto. Avrebbero iniziato a mangiare la pelle per arrivare ai polmoni. I polmoni intrisi d’acqua erano appetibili ai pesci come ogni uomo ricerca l’amore nelle cose incorporee, per avere un sedimento cognitivo su ogni cosa non possa sembrare terrena.
Anche allora i ventuno grammi li vidi in controluce, i pesci avevano occhi brillanti, ti ci specchiavi dentro per vedere te stesso. Lì ritrovai mia madre, che con coda si sirena riemergeva dalle acque profonde. Era bellissima, come una giovane dea sempreterna, sospesa tra acqua e fuoco, con la incontrollabile bellezza, quasi infinita. Con la pelle rischiarata dal leggero bagliore della luna.
Sembrava che tutto ritornasse a un proprio posto in ogni spazio. Tutto come sospeso e, se paragonato alla certezza dell’infinito, appunto, incontrollabile. Mia madre tendeva le sue mani verso il mio viso, riuscivo a toccarle. Piegai il capo per una carezza, lei pronunciava delle parole sottovoce, mi arrivavano sconnesse. In quell’attimo l’immagine si spense ma capii che stava pronunciando il mio nome: «Beatrix, vieni, vieni.»
Avrei voluto immergermi di nuovo, ma gli occhi si riaprirono su un’immagine che guardavo sul filo argentato.
Il fotografo di Arles aveva catturato un altro vissuto, un altro ricordo tra luce e ombre, tra acqua e terra.
Quando rientrai in albergo cercai di ricordarmi ogni particolare che potesse essermi sfuggito.
Entrai in bagno, mi guardarmi allo specchio. La mia faccia non era più la stessa, era quella giovane di mia madre. Il ricordo aveva rispettato la legge dell’equilibrio perfetto: una parte di me in cambio di una parte di lei. Lo scambio incontrollato per riavere un tanto di quei ventuno grammi sulla pelle. Ventuno grammi che sanno di infinito se visto in controluce.

© Viola E.Miller, 2017

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