21 grammi sulla pelle [22] di Viola E. Miller

© idea grafica di R.Rutigliano

A PAULA SCHER
(da un’idea di R.Rutigliano)

Si accorse di poter conquistare il mondo. Ma il suo desiderio durò poco, appena qualche giorno, prima di cadere nella depressione. Ogni passaggio era sempre segnato da una forma adrenalinica di tensione, come un’erezione lunga 24 ore. Avrebbe spaccato tutto, si accorse di lei solo quando la vide in TV, capelli lunghi, biondi, lisci. Si chiamava Paula e faceva l’illustratrice. Era una di quelle che hanno cambiato il modo di fare comunicazione, diceva la voce fuori campo nel servizio televisivo. Fu impressionato dal suo gesticolare, quasi fosse una turista italiana a chiedere informazioni sull’Empire State Building.
Se ci pensi, poi, le Avenue a New York sono tutte uguali, sono ordinate numericamente, ma in fondo così diverse. Sono lunghe quel che basta per innamorarsi della Mela. E anche per innamorarsi di qualcun altro. E così fu, si innamorò di Paula. Lavorava in un’agenzia messa in piedi con altri due soci nel ‘72. Paula aveva portato quella parte di lei che di solito non mostra in giro, è quel mondo di lettere giganti che si alternano in colori primari. L’agenzia è un ricettacolo di lettere giganti. Sono dappertutto. Ogni lettera segue un equilibrio ragionato secondo la pura volontà del suo creatore. E così dovrebbe essere, in genere.
Tom voleva trovarsi in quelle sale solo per incontrare Paula. Per dirle ciò che avrebbe voluto dirle. E più che di sale, si trattava di spazi e scale che scendevano laterali e aperte. Sembrava di essere in una fabbrica dove potevi intervenire in ogni punto della catena di montaggio o semplicemente visualizzarne il momento creativo. Da quel servizio in TV ne venne fuori un ritratto di lei nel quale Tom si rispecchiava.
Tom avrebbe sempre voluto fare un lavoro simile ma le sorti l’avevano portato a fare altro: lavorava in una concessionaria di auto, vendeva macchine usate. Di bell’aspetto a tal punto che le donne volevano acquistare l’auto solo da lui, da nessun altro.
Durante le pause si divertiva a scarabocchiare piccoli fogli inutili con i loghi delle compagnie automobilistiche: Ford, Chrysler, General Motors. Imparò a riprodurli alla perfezione, tanto da reinventarli. Ci cambiava il font, al posto di un cerchio usava un quadrato, e via così. Vendeva auto come se niente fosse. “Vendo il marchio” diceva tra sé, vendeva un sogno immaginandolo impresso sui cerchioni in metallo scintillante dei lunghi modelli parcheggiati fuori.
Paula creava loghi come Tom i suoi, sempre su un pezzo di carta inutile e piccolo e sempre giocando coi font più disparati. Era puro design, erano linee e curve. Ma c’era anche amore, c’era la sofferenza, c’era il forte desiderio di ricercare la perfezione. Di trovare una soluzione che poi piacesse al pubblico. Un desiderio quasi maniacale. Fino al punto che Tom chiamava “di non ritorno”, era il momento in cui guardava quel piccolo foglio inutile e, sazio di vanità, lo ripiegava e riponeva in un astuccio nel primo cassetto della scrivania. Ne aveva raccolti così tanti che passò alla fase selettiva, avrebbe ottenuto al fine quello indispensabile, l’unico, quello al di sopra di tutti gli altri. L’idea di perfezione la intravide nel logo che Paula aveva disegnato per il Public Theatre. Quello fu il momento in cui scoppiò la scintilla.
Tom sapeva di dover andare nell’edificio dell’agenzia e finalmente incontrare Paula.
Era un mercoledì, Tom portò con sé alcuni di quei inutili pezzi di carta. Entrò indisturbato, tutti erano impegnati nel loro da farsi, che non si accorsero della sua presenza. Erano le 12.00 AM.
Tom girò indisturbato per il primo piano, poi il secondo e il terzo. Lei non c’era. L’avevano scambiato, pensò lui, per qualche stagista: ne passa di gente di lì, e uno sconosciuto non fa la differenza. Si lavora ognuno con la sua postazione e con i mille volumi di caratteri illustrati da sfogliare. Era un paradiso agli occhi di Tom. Era per lui una piccola occasione da non buttare nel cesso. Lì ci sarebbe tornato a breve a vendere auto usate.
Erano le 12:30 AM, di Paula neanche l’ombra. Alcuni iniziarono a insospettirsi e a farsi domande su chi fosse, vedendolo aggirarsi con fare poco tranquillo. Si avvicinò Frank: «Sei nuovo?»
Ci pensò un attimo: «Sì. Ho dei disegni per Paula… me li ha chiesti.»
A Tom stava per aprirsi il pavimento sotto ai piedi. Allungò la mano dalla tasca e diede a Frank i suoi piccoli fogli inutili.
Frank rimase un attimo perplesso, ma se l’aveva detto Paula tutto era permesso o possibile.
Tom lasciò subito la struttura senza dar adito a Frank di maturare ulteriori sospetti. «Ora vado, mi saluti Paula» disse Tom.
«Sarà fatto» rispose Frank.

Paula Scher quel giorno rientrò da un appuntamento con un cliente. Quando ebbe modo di vedere quei piccoli pezzi inutili di carta ne rimase molto colpita, chiese subito a Frank chi li avesse portati. Frank tacque.

Tom continuò a lavorare nella concessionaria di macchine usate per altri quindici anni, morì nel ‘88 d’infarto mentre stava facendo firmare a un cliente l’ennesimo contratto di vendita.

© Viola E. Miller, 2017

Leave a Reply