21 grammi sulla pelle [21] di Viola E. Miller

HANAMI

Mi rincorreva intorno al letto dei suoi. Mi diceva: «Fermati.»
Non mi fermavo.
Ogni tanto invertiva il giro bloccandosi di colpo. E io riprendevo a girare al contrario.
Il gioco era quello di sfuggirsi per poi cadere sul letto sfiniti prima ancora di fare l’amore.
Carl era dieci anni più grande di me, io poco più di quindici.
Ero la figlia della serva, lui del padrone. Erano della gentry maggiore.
Lui aveva i cavalli, io un piccolo pettinino d’argento della nonna. La nonna che non c’era più.
Appena poteva Carl mi cercava. Se non ci vedevamo durante il giorno l’appuntamento era dietro la stalla subito dopo il tramonto.
La domenica il Signore e la Signora erano via, lui a caccia di volpi, lei a prendere il tè dalla moglie del giudice di pace.
Mia madre non mi diceva nulla, era normale. Le serve erano serve in tutto, anche nel tenere buono il padrone. La mamma questo lo sapeva.
Carl mi voleva solo per sé: «Sei mia, di nessun altro.»
Io rispondevo: «Sì, sarò tua quanto vorrai.»
E facevamo l’amore nella semioscurità di ogni luogo, di ogni angolo di luogo. Lì dove nessuno poteva scorgerci. Mi raccontava le sue fantasie erotiche, io le mettevo in pratica.
Mi sussurava che avrebbe voluto che gli sedessi in faccia, con la gonna alzata. Così feci.
La sua delicatezza si spingeva oltre le labbra, con la lingua che sembrava così liscia. Carl diceva che davo di umami, che in lingua giapponese indica qualcosa di “saporito”.
Carl era stato diverse volte in Giappone assieme al nonno per via della Compagnia britannica delle Indie orientali. A Edo avevano una abitazione con annesso un deposito merci per i beni che importavano dall’Inghilterra. Questo subito dopo la carta di Ieyasu. In Giappone Carl fu iniziato all’amore del corpo, il nonno lo condusse presso un okiya, la casa dell’oka-san.
Lì conobbe Sayuri, che in giapponese significa “piccolo giglio” quasi a sottolineare la castità e innocenza di quell’esile corpo bianco come il latte. Lei si esibiva e si mostrava a lui con religiosa devozione. Carl amava questo delle donne giapponesi, o meglio delle geishe. Lui le chiamava: le donne tristi, donne che a suo parere avevano vissuto più e più vite, magari la stessa ripetuta all’infinito, ma nessuna di tutte quelle vite era arbitrariamente normale. Era solo una forma di hanami, un ammirare a occhi vivi una primavera sulla pelle di Sayuri. Doveva sentirsi come durante la festa dei ciliegi in fiore per poi cadere nel buio della notte illuminata ad ammirare i sakura. Si passava così dall’hanami allo yozakura con la stessa delicatezza con cui Sayura era generosa con Carl.
Da quell’esperienza Carl volle trasmettere nei miei confronti tutta la devozione ricevuta, nel puro significato del darsi all’altro senza chiedere nulla in cambio. Lui era il figlio del padrone. Io, figlia del suo voler amare a tutti i costi sottolineando la fragilità stessa della vita.
Rinascere dalla pura bellezza di un atto, simbolo dell’esistenza spesso falsata in una società borghese come quella in cui viviamo. Carl era pressoché imprevedibile, non sapevo mai dove volesse arrivare. Io ne godevo a occhi aperti, sussultando nello spirito, gioiendo in una mente nuova, come la nuova fioritura dei ciliegi nei giardini dell’isola settentrionale di Hokkaidō nel mese di maggio.
Carl mi insegnò a essere me stessa, a non ripudiarmi mai come donna. Mi sorrise nel suo ultimo giorno a Brighton quando lasciò definitivamente il paese per andare a Hirado in Giappone: fu l’ultimo avamposto commerciale britannico. Era il 1623.
Carl cadde vittima nel cosiddetto massacro di Amboina da parte degli olandesi. Fu giustiziato insieme ad altri inglesi, giapponesi e un portoghese con l’accusa di complotto ai danni di Herman van Speult, governatore della Compagnia olandese delle Indie orientali.
Da allora ho più di una ragione per sopravvivere. E portare a termine tutte le primavere che la vita vorrà offrirmi.

© Viola E. Miller, 2017

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