21 grammi sulla pelle [19] di Viola E. Miller

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IL BOHÈMIEN

I soldi erano pochi. Finii per fare il cameriere di un fottuto ricco. Dalla mia avevo che sapessi un ottimo francese e che fossi l’intrattenitore ideale durante le ospitate nobili borghesi quando le serate permettevano.
Ma tutto durò per poco tempo, povero lo ridivenni presto, quando il fottuto ricco rincasando inaspettatamente una sera mi trovò a pisciare sui suoi gingilli dorati nel bagno. In sua assenza avevo l’abitudine di metter mano a tutte le sue cose, nei suoi cassetti, nei suoi armadi. Mi vestivo con le collane di perle della madre e lunghi boa colorati. Mi interessavo di ciò che non era mio. Lo facevo mio per sfregio, per vantarmi di ciò che non avevo mai avuto, o che ritenevo mi appartenesse, suo malgrado (del fottuto ricco), per diritto acquisito, dato che le pompe gliele facevo io e come me nessuno mai.
Gli prendevo il cazzo e lo facevo ingrossare nella bocca, mentre la saliva lo imperlava con quella leggera schiumetta intorno al glande.
Poi mi facevo sborrare in faccia, e glielo risucchiavo fino a congelarlo con lo sguardo, ché lui non ne poteva più. E quando era sfinito, si buttava all’indietro sul divano addormentandosi come un bimbo che sogna i film di Walt Disney, tipo Pomi d’ottone e manici di scopa, ma ero sempre io a smerigliargli il pomo.
In tutto questo c’era un po’ di vergogna. Non certo da parte mia, non ne avevo, ma sua. Ché se si fosse saputo in giro che il suo servo gli succhiava il cazzo e si faceva inculare a freddo senza i dovuti riscaldamenti emozionali sarebbe passato per il checcone della Rue. Il che non era molto borghese.
E il suo rifiuto arrivò proprio quando ebbi sconsacrato e in quel modo – lo chiamano wetting – le reliquie materne. Era innamorato della madre. Da piccolo le ripeteva che avrebbe voluto sposarla. Che era bellissima. Ma morì quando lui era ancora bambino, per tisi.
Quella volta quando rientrò in casa mi piombò alle spalle come una furia. Caddi battendo la testa e persi conoscenza.
Mi spogliò di tutti gli accessori che indossavo.
Al risveglio ero immerso nel mio piscio. II pavimento appiccicoso. Con uno stordimento da ubriacatura solenne.
Lui era davanti a me, seduto.
“Finalmente ti sei ripreso.”
“Bastardo, che …”, non finii di pronunciare la frase che si alzò dalla sedia e mi colpì  con uno schiaffo forte.
Non capii più nulla. Ricaddi a terra.
Mi girò come peso morto, mi abbassò le mutande, unica cosa avessi indosso, e mi penetrò a sangue.
Il suo cazzo era duro dalla rabbia, che mi graffiava dentro. Non avevo il minimo contatto con la realtà, se non quello del suo uccello contro le pareti dello sfintere, che cedeva, sfibrandosi del tutto, sotto i colpi d’anca.
In vita mia non godetti mai come quella volta.
Era dolore, ma anche piacere.
Era sangue, ma anche budello.
Era fame, ma anche sazietà.
Che non si vince sempre e solo con le qualità della parola, che non può essere solo arguta, deve essere soprattutto quella da spogliatoio, dove il più forte si dovrà misurare con altrettanti forti o finti tali o che  credono di esserlo solo perché tutti un cervello lo hanno. Ma è anche vero che non tutti il cervello sanno usarlo: io, per esempio, penso di non saperlo usare o saperlo usare sempre meno, visto che amo pisciarmi addosso e far finta di non eccitarmi se mi leccano le palle (cosa che adoro).
Le parole mi servono solo per esprimermi, per raccontarlo a tutti: che amo prendere il cazzo nel culo.
E una volta fuori da quell’alloggio ripresi in mano la situazione. Non ci volle poi tanto.
Mi spogliai in una delle aree erbose lungo l’Avenue Folch, ingrossai il pene trastullandomi e iniziai a correre cantando: “Non, Je ne regrette rien”.

Non, rien de rien
Non, je ne regrette rien
Ni le bien qu’on m’a fait
Ni le mal; tout ça m’est bien égal !

Non, rien de rien
Non, je ne regrette rien
C’est payé, balayé, oublié
Je me fous du passé !

Avec mes souvenirs
J’ai allumé le feu
Mes chagrins, mes plaisirs
Je n’ai plus besoin d’eux !

Balayées les amours
Et tous leurs trémolos
Balayés pour toujours
Je repars à zéro

Non, rien de rien
Non, je ne regrette rien
Ni le bien qu’on m’a fait
Ni le mal; tout ça m’est bien égal!

La canzone finisce con: “Car ma vie, car mes joies/ Aujourd’hui/ ça commence avec toi.”
Con lui non ebbi più alcun contatto, qualche volta lo intravidi  nelle serate alto-borghesi e bohémien durante le quali mi occupavo di tener alto lo spirito degli invitati. Con lui neppure uno scambio di saluti.
Ne soffrii parecchio, dopotutto uno come me non si sarebbe mai potuto trovare a vivere una storia seria, un amore normale. Sempre a essere la bocca sporca sul cazzo di uomini sposati. In realtà quello sporco forse non ero io, mi sentivo così per esigenza di adattabilità. Ma per gli altri restavo il succhiacazzi che parlava un ottimo francese di ripiego.

© Viola E. Miller, 2016

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