21 grammi sulla pelle [18] di Viola E. Miller

© da "La rosa di Bagdad", 1949

© da “La rosa di Bagdad”, 1949

PALADINO O PRINCIPE?

Spero che i tormenti abbiano figura di draghi volanti e io rinchiusa nella torre più alta del castello venga liberata da un paladino o principe, qualsivoglia, che abbia a cuore il mio di cuore, non più nero della Pietra Nera alla Mecca, al-ḥajar al-aswad. Che ritorni a essere bianco, il mio cuore, riflettente l’anima purificata e senza peccati. Ma i miei peccati sono tutti scritti e baciati dalla mia cura nel suggerire le parole mosse dalla passione, che sono volatili come lo sono i pensieri, intonsi nella mente, ma dannatamente veri.
L’amai con tutta la forza della vita, lo volli, come lui voleva me. Per gli altri era il demone incantatore, perché di altra religione. Decidemmo così di rischiare, di scappare, andare in un posto dimenticato da tutti, un luogo sicuro e al contempo pacifico, dove l’essere umano fosse accettato per la sua quantità di cellule vive e non per il suo credo. Il nostro amore era la spinta all’evasione. Ci credevo. Era una questione di dignità morale.
Prendemmo il primo treno per Lisbona, da lì suo zio ci avrebbe condotto in Spagna. Aveva degli amici alla frontiera che gli dovevano dei favori.
La notte era fredda e il treno viaggiava in orario.
Il Monsignore l’aveva detto, di pensarci due volta prima di fare un passo del genere, perché avrebbe significato impelagarsi in problemi che neanche Allah avrebbe immaginato. Ma io quell’Allah, non lo conoscevo, conoscevo solo il mio dio cristiano, e il suo era un messaggio d’amore.
«A Figueira da Foz si dialoga solo con chi vuole dialogare» sosteneva sempre il Monsignore, «quella con i musulmani era una battaglia persa…»
Padre Manuel Marujao cercava, come suo solito, di placare le acque, asserendo che non si trattava di discriminazione o disprezzo per un’altra cultura.
Questo era il quadro del posto, della mia gente. Ero nata lì, e non potevo cambiare quel mondo, non ne ero capace.
Quando fummo in Spagna, passammo i primi mesi spostandoci di continuo. Sapevo che mi avrebbero cercata, ma non qui. E comunque decidemmo di andare nel suo Paese, per far passare altro tempo e far così placare le acque. La traversata ci portò dall’altra parte del Mediterraneo, sui lidi che furono di Didone.
Ero finalmente con loro, ma non con lui. Fui sottomessa al regime delle donne musulmane, non avrei mai immaginato di vivere la mia esistenza senza il mio diritto di essere donna, e libera. Imparai a leggere il Corano. Alcuni versi recitano così: «Le donne virtuose sono ubbidienti e sottomesse (…) Ammonite quelle di cui temete l’insubordinazione; lasciatele sole nei loro letti, battetele. Se poi vi obbediscono, non fate più nulla contro di esse (…)» (4/34); «E se temete di essere ingiusti nei confronti degli orfani, sposate allora due o tre o quattro tra le donne che vi piacciono» (3/4); «O Profeta! Dì alle tue spose e alle tue figlie e alle donne dei credenti di allungare i loro abiti; non saranno così riconosciute e non saranno molestate. Dio è indulgente e misericordioso» (24/31).
E da quel giorno ho sperato che i tormenti avessero figura di draghi volanti e io rinchiusa nella torre più alta del castello venissi liberata da un paladino o principe, qualsivoglia, che avrebbe avuto a cuore il mio di cuore… ora martoriato.

© Viola E. Miller, 2016

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