21 grammi sulla pelle [17] di Viola E. Miller

foto estratta da Pinterest

L’AMORE PER LA SCRITTURA

E ti ritrovi lì, sommersa dai dolori, dal fastidio della luce da una vecchia lampada al tungsteno, e il filamento così sottile da spegnere l’aria all’interno. Rimugino sulla scrittura di tutta una vita, su ciò che mi ha dato se non dolori. E più scrivo più provo malessere. È una vita volta all’emergere, al voler esser migliore degli altri, ma i risultati non sono mai arrivati. Quei pochi a seguirmi e per puro passatempo, che c’hanno l’età maggiore dei miei anni, sono quattro gatti.
Di anni ne ho cinquantasette. Né uno di più né uno di meno. Ogni anno è una spina nel fianco. Un anno in meno per correre via. Mi muovo nel buio come le parole di un romanzo mai scritto, alla cieca di ogni lettore, non voglio la loro attenzione, e non cerco pietismi, vorrei solo essere quello per cui ho deciso di essere: la scrittrice misantropa della notte. Vorrei essere conosciuta e pagata per il mio lavoro. So farlo bene. Ma oggi è tutto diverso, i dolori hanno preso dimora nel mio corpo. Il medico mi dice che se mi lascio andare così non mi restano tante chances (di vita). Non mi resterebbe nient’altro che un dolore diffuso, sino alla ragione. E quando si colpisce la ragione tutto poi ha una visuale diversa, perché vedi il mondo da coricato. Fissi il soffitto. Il soffitto ti cade addosso nel colore che anni prima hai voluto dargli, un giallo diventato senape a furia del fumo delle sigarette respirate e spente sui muri. L’amore è per la scrittura, non amo le donne, amo le parole. Non amo gli uomini, amo gli esseri umani. Quindi donne e uomini, sono pulsioni sopperite per dare spazio all’immaginazione, al mondo che mi gira nella testa e nelle tasche vuote. Non potrei dare a ognuno amore se non con le parole. Le parole d’amore più belle sono quelle che scriverò. Nella testa ho quello sguardo d’amore e protezione che vorrei rivolgere a tutti. Ma non mi è permesso, perché sono una scrittrice messa all’angolo. L’essere originale non conta se lo fai per amore, dello stesso amore fluido che usi nelle parole, come l’energia che unisce carta e occhi di chi legge. Chi legge ascolta il cuore, legge tra le righe quei sentimenti sopiti del suo animo. Li faccio riaffiorare dalla ragione che ne decifra l’impatto emotivo. Fino a far sgorgare una lacrima sul viso rugoso o liscio se di giovani fattezze. Soffro nella mia solitudine di scrittrice effimera. Morirò che nessuno si ricorderà il mio nome, già lo so. E quei pochi amici col tempo mi dimenticheranno. E i libri s’ingialliranno che nessuno li avrà più letti, e altri mandati al macero. Questa sarà la mia sorte, morire di dolore, di un dolore invogliato dalla testa che macina sogni irrealizzabili. Questo sconforto infinito è il pessimismo dell’animo, del non riuscire a identificarsi col resto del mondo, degli esseri umani. Alcuni dicono che scrittori si nasce. Io non sono nata per fare la scrittrice, sono nata per stare al mondo a fare la scrittrice. È  diverso, è antitetico con il voler fare la scrittrice. Non racconto storie di dinosauri, non parlo con gli esseri ultraterreni, mi confido solo dell’ombra sul muro che riflette i miei dolori. E di dolori ne racconto tanti, come ombre che muovono fili esistenziali, tormenti, violenze subite, non patite come normali drammi ma come brutti sogni. E se dovessi svegliarmi da tutto ciò spero solo che per questa volta sia tutto vero.

© Viola E. Miller, 2016

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