21 grammi sulla pelle [16] di Viola E. Miller

Illustrazrione di R. Rutigliano

Illustrazrione di R. Rutigliano

 

IL NEGOZIO DI LINGERIE

Orlando si occupava di lingerie, la vendeva. Le signore chiedevano quella all’ultimo grido, quella che a letto “seiunabomba” quando inizi a slacciarti il reggipetto. Orlando detto “Bloom” per via del suo uccello, ricordava nella sua fisicità l’attore tanto ammirato dal pubblico femminile. Ma l’uccello gli serviva solo a letto. Le sue clienti si mettevano in coda davanti al suo negozio per farsi servire sempre e solo da lui. Orlando di qua, Orlando di là.
Orlando come mi vedresti con indosso soltanto la tua pelle?
Ma Orlando reggeva la situazione come un perfetto puttaniere. Da piccolo diceva che avrebbe fatto il ginecologo, ma da lì ad avere un negozio di lingerie come lo gestiva lui, la differenza era pressapoco la stessa.
Amava sbandierare le proprie erezioni, che a detta delle donne erano un vero trionfo. Iniziava con lo sbottonarsi i pantaloni e toglierli  per sentirsi più libero. Diceva: più fresco. Non resisteva a tenere per molto tempo le mutande, doveva togliersele e far prendere aria al membro. Se lo guardava e rimirava come un pendolo d’oro, un amuleto dell’amore. Le donne dovevano inizialmente solo guardarlo, non fare altro. E quando schioccava le dita anche loro iniziavano a spogliarsi, rimanendo completamente nude ma a distanza. Lui le osservava, iniziava così a fare pose con le mani come a prenderne le misure, come i fotografi che preparano l’inquadratura, ma lui era un sarto dell’animo femminile – e loro sempre sue clienti – , non lo scarparo di qualche sottoborgo.
Dopodiché correva a prendere la migliore lingerie e costruiva le sue donne come manichini viventi, creava dei quadri artefatti. Ogni personaggio era un particolare della storia che voleva raccontare. Scattava una foto al termine della creazione. E la conservava in un album chiuso in cassaforte.
E mentre il tutto rappresentava la perfezione, iniziava a gridare come un matto correndo attorno alle donne con il membro sempre in mano e agitandolo.
La situazione lo eccitava più di un capo di seta, poi quando era al suo culmine, veniva su ogni cosa, cadendo sulle donne che iniziavano a toccarlo e leccarlo.
Si rendeva impotente per farsi fare di tutto. Le donne erano ora il suo male, potevano abusare del suo credo inconscio per diventare quel capo di seta che le vestiva. La seta era il tessuto più elegante, diceva che era stato creato dagli dei per adornarsi il corpo, renderlo sinuoso e armonioso con tutti gli esseri viventi. La seta vestiva, non copriva le persone. Le rendeva uniche, inequivocabilmente attraenti alla vita stessa.
Era come  guardarsi allo specchio, per come si voleva essere costruiti, belli. E la bellezza era il profumo che legava il momento, tutti intrisi della stessa sostanza onirica, come presi dall’amore verso l’altro e gli altri. Ché alla fine, il vestito era il pretesto simbolico di un simbiotico essere.
La pelle liscia, denudata da ogni malizia virile, resa ancora più liscia della seta.
Non c’era neanche il servilismo machista del sesso tradizionale, le donne si prendevano tutto alla fine.
Lo stesso Orlando una volta ricomposto, si concedeva all’amore delle sue donne. Diventava la seta sulla loro pelle, diventata il tutto con il niente che non era l’aria che si respirava, erano le idee del quotidiano che restavano fuori dal suo negozio. Il negozio di Lingerie all’angolo con la strada con l’arco del tempo variopinto, al calar della notte.

Viola E. Miller, 2016

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