21 grammi sulla pelle [15] di Viola E. Miller

illustrazione di R. rutigliano

illustrazione di R. rutigliano

CHANEL, IL MIO NOME È CHANEL

L’insopportabile puzzo del morto riempiva la stanza. La zia era in stato di putrefazione. I ceri erano anche loro consumati da giorni. La cera era su tutto il pavimento e solidificata che il cane ci leccava sopra, pensava fosse di qualche sostanza zuccherina. La mole della zia faceva impressione. Era un armadio a muro che camminava trascinandosi un carrello della spesa. La zia andava sempre a fare la spesa. Non portava ciò che comprava. Ci portava la coca. Era il primo corriere della famiglia. Tutti la rispettavano e nessuno le faceva domande. Se solo qualcuno si fosse permesso di chiamarla o salutarla per strada si sarebbe preso una pallottola in fronte.
Tra piazza Garibaldi e via dei Trecento sta un via vai di magrebini e tuttofare della mala che neanche le forze dell’ordine avrebbero potuto superare quella barriera umana. La zia era simpatica, diceva che con quello che guadagnava avrebbe potuto un giorno scomparire. Non immaginava di scomparire in quel modo, così: a far compagnia ai topi e al cane coglione che ancora leccava la cera sul pavimento.
Ora era il mio turno, grande abbastanza per portare il carrello. Dicevano che non mi sarebbe accaduto nulla, non dovevo preoccuparmi, e che quello della zia era stato solo un piccolo incidente. Io potevo stare tranquilla.
La prima volta che ho portato il carrello, erano lì tutti a guardarmi e nessuno che si avvicinasse. Se qualcuno mi avesse fermata: BANG. Morto. Fine.
Questo senza fare troppi giri di parole. Senza futuro. Io: ma quale futuro. Non esisteva futuro per una come me. Non avevo la fisicità della zia, ero tutto l’opposto, esile, talmente magra che venivo presa in giro per le mie gambe a stecchino.
Uscivo di rado e sempre con qualcuno che mi sorvegliasse. Mai un minuto senza essere osservata. Poi, un giorno incontrai Gino.
Gino faceva il sarto in casa. Avevo bisogno di vestiti e i miei zii mi mandarono da Gino. «È fidato, puoi stare tranquilla.»
Quando arrivai a via Grado 15, mi aprì la porta un ragazzo.
«Cerco Gino. È qui?»
«Sì, sono io.»
Restai bloccata. Gino era bello. No, di più, bellissimo.
«Entra» mi disse, «devo prepararti due vestiti, uno nero e uno elegante. Ora devo prenderti le misure.»
Le sue mani, lisce come il velluto, sfioravano i fianchi. Aveva un metro in fettuccia per misurare e in bocca due spilli.
Nessuno mai mi aveva toccata, neanche di striscio. Si tenevano bene alla larga. Gino, no. Che il suo lavoro fosse fatto bene già lo si vedeva dai bozzetti e dalle prove che indossavano i mezzi busti nella stanza.
Chiusi gli occhi mentre lui scopriva il mio corpo. Ero inerme e non avevo nessuno che mi guardasse oltre Gino.
Quando mi toccò sotto un seno, sobbalzai. Emisi un vagito di piacere, mi vennero i brividi. A lui piaceva, riprovò sotto l’altro seno, mi sciolsi. Il corpo diventò burro da spalmare sulle sue labbra. Caddi avvinghiata a lui, non ricordo neanche su cosa, forse a terra. Non aveva alcuna importanza. Era bellissimo. Il tempo era bellissimo, Gino pure. E mi sentivo il dolore che diventava brividi, poi di nuovo dolore, poi piacere, solletico, e sangue. Uscì da me sporco di sangue. Ero vergine. E lo sarei rimasta forse per sempre, se quel giorno all’uscita di casa dei miei zii una pallottola non mi avesse preso da dietro. E lì caddi sull’asfalto freddo. Ma non mi importava, non aveva alcuna importanza.

© Viola E. Miller, 2016

 

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