21 grammi sulla pelle [13] di Viola E. Miller

Gli amanti, di René Magritte (1928)

Gli amanti, di René Magritte (1928)

L’AMORE CIECO

ORA

“Ora puoi aprire gli occhi.”
Fino a quel momento chiusi, gli occhi cosparsi di nero si aprirono in una sottile linea che faceva intravedere appena le pupille. Due mani avevano sciolto le bende, mani appartenute sino ad allora a una voce limpida e amplificata in una stanza. Nessun corpo, solo voce e mani.
La luce passante da quella feritoia le parve così forte che subito serrò le palpebre. Era abituata al buio.
Nessuno le aveva mai detto: “Ora puoi aprire gli occhi…”
Non ci sperò mai. Non immaginava fosse possibile. Pensava che i suoi occhi spenti fossero due grosse biglie bianche che non riflettevano nulla.
Il padre, Lorenzo, vide in TV una trasmissione su uno di quei canali in stile Focus. C’era un medico che aveva ridato la vista ad un caso simile a quello di Lorena. L’operazione era molto rischiosa, ma papà Lorenzo volle a tutti i costi entrare in contatto con quel medico americano.
Un anno dopo Lorena venne sottoposta alla stessa operazione. Durò sei ore.
Lorena aveva due occhi nuovi.
Uno grigio e uno marrone.

PRIMA

Prima era tutto, un frastuono che andava dai rintocchi dell’orologio nella stanza ai palpeggiamenti docili e famigliari delle mani di lei. Viveva il paradosso di una vita benestante, dove il nemico stesso era lei, con la voglia di morire, per un’esistenza quasi astratta. Dove Hopper aveva designato le sue ombre in linee evanescenti, Lorena percepiva solo il calore della luce proveniente dalla finestra.
Lei la toccava per compassione. Per offrirle la possibilità che non le era stata data. La chance di una vita possibile al di fuori della noia delle lacrime, che puntualmente versava sulla sua miseria umana.
Lei e Lorena, due gocce d’acqua, una parlava attraverso la voce, l’altra attraverso la funzione tattile che le era stata donata dal principio, da quando mise piede nel Centro di ricerca della clinica oftalmologica. Quella miseria non economica, ma condizione del cuore: per la mancanza di uomini, di amici su cui gettare tutto il siero infetto che fuoriusciva dalle cavità oculari. Lorena si accontentò della necessità di lei, non aveva bisogno di Dio. Attendeva solo che le mani si posassero su di lei per il piacere di portare la fedeltà a quel corpo, quando ancora le bende le coprivano il capo e le mutilavano la bellezza.
Sua madre la partorì sporca di placenta e urlante, ma appena le posarono le mani addosso per pulirla si placò. Lorena si placava ogni volta posavano le mani lungo il suo corpo, per idratarle la pelle, per rilassarla, per girarla. Solitamente i muscoli contratti la rendevano intollerante a ogni cosa le vibrasse vicino, se essere umano o pianta ornamentale. Ne percepiva la presenza, ma l’assenza di contatto l’innervosiva. La rendeva fredda e distaccata come già non lo fosse. Perché il tempo, poi, ci metteva anche del suo: non vedeva l’ora che passasse.
Lorena si era abbandonata alla vita. Si lasciò andare a tal punto da non volere mangiare, camminare, o alzarsi dal letto.
Ma lei la portò su un altro livello, la comprensione del corpo all’amore per il corpo. Lei era il suo doppio, lei era la sua voce, le sue mani. La voce che le parlava quando non voleva ascoltarsi. E nacque per caso quando il rumore nella stanza diventò sordo, la radio si spense e sentì il respiro.

DOPO

Dopo l’operazione il tanto temuto tempo iniziò a scorrere in base ai soliti rintocchi dell’orologio a parete. Tutto era ordinato, concepito dal passare della luce, dall’alba al tramonto, per sostituirsi a quella lunare dei poeti. Anche la stanza aveva un suo fascino: ordinata e di colore verde acqua.
Lei dov’era?
La vista volle rieducarla al linguaggio dei colori, alle immagini dalle infinite tonalità. Ma quelle sensazioni sbiadite, monocromatiche di abbagli e ombre dietro le palpebre chiuse non c’erano più. Lorena scoprì il suo corpo. L’amore se lo dava da sola. Ma no era più lo stesso. La vita che le si prospettava era piena di segni, di fantasticherie neanche palesemente pensabili perché manifeste. Il tatto di quella voce che le parlava dentro, dal profondo come in una operazione a cuore aperto, svanì con la luce nella stanza, non era più nella Fossa delle Marianne, dove lì il buio era reale e la voce l’eco tra le pareti dello stomaco.
Adesso era sola.

© Viola E.Miller, 2016

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