21 grammi sulla pelle [12] di Viola E. Miller

"Edipo Re", Pasolini 1967, Giocasta, di franfranny

“Edipo Re”, Pasolini 1967, Giocasta, di franfranny

GIOCASTA MEDICI

Ossa formate nel silenzio della fame.
Quel giorno era il venticinque di aprile, e venne alla luce per salvare se stesso.
La dottoressa lo spinse fuori. Il primo secondo di vita. Le grida con il sangue, poi di nuovo la fame. Il rapporto con la madre iniziò nel primo istante che la vita gli concesse, e se non fu la madre, fu la luce dopo il silenzio amniotico, le prime particelle d’aria respirata dopo la rottura della placenta.
Il distacco non era contemplato nel suo codice. Il distacco era col mondo e nel modo in cui fu concepito. Dall’acqua al suolo, una trasformazione che l’avrebbe segnato per sempre. Uscito da grandi labbra della madre per ritornare tra le sue braccia, baciato e poi messo al seno.
La bocca pastorizzava il latte materno per renderlo benigno. Da quella mammella non si sarebbe mai più staccato. Un rapporto così morbosamente patogeno nonostante il taglio del cordone ombelicale.
Divenne maggiorenne continuando a succhiare dal suo seno. L’aureola divenne un grosso fiore lacerato, spaccato dalla saliva e graffiato da denti adulti. Ci dormiva con la madre.
Che la madre gli fece da sposa in tutto lo eludeva dall’idea di una sposa giovane, dalla pelle tenera e rosea, da seni piccoli e sodi. Contrariamente la pelle vizza e cadente era testimonianza che il loro amore sarebbe durato in eterno.
Ogni donna avvolge il suo bambino per l’eternità, soprattutto quando questo succede in un paesino del sud del mondo. Qui non si ha altro modo di sopravvivere.
La donna non ebbe altri figli. Si perse nella voluttà dell’essere madre sino al suo stesso smarrimento. La madre che riconosce la sua figura come matrigna, falsa nel fisico e nella spiritualità di un atto così vile da appropriarsi di quello che non le appartiene se non per il tempo della gestazione. Ma quella gestazione non si era mai conclusa, proseguita oltre ogni morale religiosa. La gente del posto non comprese mai la vera natura delle parti nella famiglia Medici. Madre e figlio si recavano puntualmente a messa ogni domenica e non davano adito a voci scomode.
Il figlio crebbe così, soffocato dalla pulsione verso l’utero materno.
Tutto finì di mercoledì, era il 12 settembre. Quando la madre si addormentò per sempre nel letto che li aveva uniti nell’amorale vincolo dell’incesto. Ai loro occhi tutto era scaduto nel giusto amore, nel corretto uso delle proprie vite che un dio onnipotente avesse loro designato.
Lui non sapeva di esistere se non con lei. Era la sua ombra, un qualcosa di grigio che camminava, la seguiva anche sui muri, si inerpicava tra i tufi nelle vecchie strade del paese.
Si sentiva come un giocattolo rotto. Non esisteva cura per cucire.
Un giorno, lungo la strada verso casa, fu accecato da una luce riflessa. Cercò di ripararsi con la mano ma la luce lo inseguiva. Poi sentì ridere. Era una voce femminile. Le risate provenivano dal tetto di una casa di fronte al margine del paese dove la strada iniziava a inclinarsi verso la discesa. Da lì un tempo ci facevano transitare gli asini.
Proseguì sino a intravedere una fanciulla che giocava con il sole. In mano aveva uno specchio.
Le implorò di smetterla e di scendere da lì se ne aveva il coraggio.
La fanciulla smise, abbassò lo specchio e si presentò davanti a lui dopo esser scesa dal tetto e aver attraversato le stanze della casa. Era scalza.
Lui le chiese quale fosse il suo nome, in paese non l’aveva mai vista. In realtà non aveva mai visto altra donna al di fuori della madre.
Lei iniziò a girargli attorno ballando e canticchiando: “Oh quante belle figlie, Madama Doré, oh quante belle figlie… La conosci?”
“No”, rispose lui.
“Fai lo scudiero del re: Il re ne domanda una, Madama Doré, il re ne domanda una… Ripeti.”
“Il re ne domanda una, Madama Doré, il re ne domanda una.”
“Prendete la più bella, Scudiero del re, prendete la più bella.”
“La più bella l’ho già scelta, Madama Doré, la più bella l’ho già scelta.”
La fanciulla scomparve all’improvviso come dissolta nel bagliore dell’ultimo tramonto.
Quello che fu sempre e solo il figlio si adagiò al suolo e si addormentò per sempre insieme alla sua più bella.

© Viola E. Miller, 2016

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