21 grammi sulla pelle [25] di Viola E. Miller

LIBERA

Mi sono svegliata inventandomi un altro amore, quello di questa notte è stato, come posso dire, poco piacevole. Lui alto, imponente, nella stanza poco più larga del nostro letto. Una controversa contromisura. Forse è proprio vero che certi uomini la pensano in piccolo e certi in grande, e lui: in piccolo. È fatto così. Un letto di un legno pesantissimo. E sopra le nostre teste scaffali con file di libri. Volumi su volumi contro una parete bianca. Una portafinestra sul cortile esterno e gli alberi tutto intorno.

Le sue mani grandi si posano ovunque sul mio corpo, lo conoscono minuziosamente. Dice spesso che si ciba della mia pelle, ci pranza stendendovi sopra una fila di piccoli semi come lunghi percorsi di formiche. Con la lingua li raccoglie riempiendosi la bocca fino al seno.

Lui è un poeta, usa la voce per decantare versi classici di Catullo.

«I soli hanno il potere di tramontare e ritornare; noi invece, una volta che la luce effimera scompare, dobbiamo dormire un’unica, eterna notte. Dammi mille baci, poi cento, poi altri mille, e poi ancora cento, poi ininterrottamente altri mille, e poi cento.»

Ho perso il conto dei suoi baci. Ho perso ogni cosa di lui non mi appartenga, come la sua anima. E nel dubbio, anche se così non fosse, perché ne disquisisco in modo positivo, sono presa da altri pensieri, come quelli che ho da stamane in testa e che non oso raccontarvi per pudicizia.

Ma so che ne parlerò, perché siete la mia unica ancora. Le parole che vi trasmetto sono quella scialuppa di salvataggio che mi porta sana e salva su quell’isola bella che ho sempre immaginato. Perché in me matura ogni giorno un’idea dell’amore saffico. Vorrei che ci sia una lei a modularmi nel corpo i versi dell’antica poetessa. Che la poesia aiuti lo spirito, questo lo si sa, ma necessariamente occorre parlarne sempre più spesso. Per non dimenticarsi che ognuno ama la propria esistenza libera, perché dalla libertà si passa poi alla sublime regola del corpo nel rispetto del proprio essere donna.

Donna sì, così mi sento. Il mio corpo m’appartiene e t’appartiene, mia dea.

Ho iniziato a sognare lei, mia idealizzata poetessa, ho ripreso a sospirare nei miei pensieri isolati, nei miei sogni crepuscolari anche dietro questo caffè amaro.

A George non dirò nulla per adesso. Ho ancora bisogno di lui per la compagnia, per il contatto vivo e visivo. Poi quando sarò certa di me, butterò fuori tutto il mio mare, e inizierò a volare sulle onde ferme di una certezza euclidea convinta che ogni cosa il mio corpo e anima richieda è lì nell’estrema convinzione che l’amore è totale. Quel tutto che si fonde con le mie membra, mi entra dentro e devasta di piacere questo piccolo gesto insurrezionale che la vita ha voluto donarmi. L’amore diventa così la mia religione e io sacerdotessa del cuore mi riprendo tutto, anche il dolore, il sorriso, la voglia di potermi dire: «Ne voglio ancora», di questa voglia di vivere così e per sempre.

George, a te lascerò la mia essenza di carne e di lenzuola in quella piccola stanza tra la notte e l’inizio del sogno.

© Viola E. Miller, 2017

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